Nell’azzurro di quegli occhi sofferenza, rabbia, domande e tante lacrime. Auguri Fabio!

Il colore degli occhi di Fabio è azzurro chiaro chiaro, come quelle mattine di aprile quando il vento, magari un po’ fastidioso, ha spazzato via tutte le nuvole, facendo pulizia nel cielo.

Incrocio i suoi occhi nella stanzina buia e sporca della mansarda dove vive con sua madre. In effetti siamo in primavera e la giornata è bella e già abbastanza calda.

Sono da pochi mesi in servizio presso il Comune e mi hanno segnalato la situazione di questo ragazzino che da tempo non si presenta a scuola. Vive con la mamma. Del papà non si sa molto, ci sono problemi economici e sicuramente anche di altro genere. La mamma accetta di venire in ufficio per spiegare la sua versione dei fatti. Si presenta molto poco curata, sicuramente dimostra molti anni in più dei circa quaranta che in effetti ha. Collaborativa in apparenza, riversa tutta la colpa della situazione sulla “società” che non aiuta chi è in difficoltà e su questo ragazzino che “ ha qualcosa che non funziona nella testa”. Racconta di problemi già nella scuola materna, che Fabio ha frequentato poco, di una scuola elementare invece più serena e di difficoltà emerse alla scuola media con il figlio ormai quattordicenne che si ritrova a ripetere per la seconda volta la seconda media.

“ Ma venga, venga a vederlo – dice –  così mi capirà meglio. Anche se lei è giovane e forse non ha figli per poter capire”

 

Salgo le scale del condominio situato nel centro storico un po’ preoccupata dell’incontro con Fabio. Non so cosa mi devo aspettare, mi hanno quasi obbligata a farmi accompagnare da un vigile urbano, perché pare che Fabio sia piuttosto aggressivo.

Il palazzo è vecchio, più che antico, ma osservando le scale mi viene da pensare che prima o poi qualche impresa lo acquisterà ristrutturandolo come si deve e vendendo alloggi a prezzi esorbitanti.

La mansarda dove vivono Fabio e la mamma è composta da una cucina/tinello con porta su un piccolo terrazzino, bagno minuscolo e due stanze da letto. La mamma ci apre e ci fa entrare nella cucina, in precarie condizioni igieniche: due gatti dormono su un divano alquanto sporco, i piatti di almeno due pasti sono nel lavello, il pavimento lascia a desiderare. Su tutto troneggia un televisore piuttosto grande, ovviamente acceso su un canale che trasmette soap opera sudamericane, che la mamma non si preoccupa di spegnere.

Ci invita a prendere un caffè, ma gentilmente , visti i presupposti, rifiutiamo chiedendo se possibile di incontrare subito Fabio.

“ Vada, vada pure nella sua camera. Se riesce ad entrare…..”

Il vigile vorrebbe accompagnarmi, ma gli chiedo di rimanere in cucina, a portata di voce. E provo ad aprire la porta.

La stanzetta è illuminata solo dalla finestra sul tetto, a sua volta oscurata in parte da una tenda che in origine doveva essere arancione. Il letto è ovviamente un ammasso di lenzuola, cuscini e coperte, nel quale potrebbe esserci anche Fabio, per quanto riesco a vedere. Il resto è un insieme di cassette musicali, fumetti, magliette e mutande sparse ovunque, un piccolo registratore suona una musica un po’ rock, ma ad un volume stranamento soffuso. Su un tavolino, a lato del letto, è gettata una cartella, alcuni libri e un portapenne.

Non lo vedo subito e quindi lo chiamo, ma Fabio non mi risponde. E allora muovendomi con cautela mi sposto un po’ a lato dell’armadio ed allora lo vedo.

Fabio è seduto per terra tra l’armadio e il tavolino, con le braccia chiuse intorno alle gambe e la testa china. E’ vestito con un paio di jeans e una maglietta nera non proprio di bucato.

Lo richiamo, ma lui non si muove di un millimetro. Mi siedo allora sul letto, spostando con la punta delle dita alcuni indumenti e inizio a parlargli. In realtà non so assolutamente cosa dire, come affrontare il discorso, ed ho paura di bruciarmi le pochissime possibilità di agganciarlo.

“ Ciao, sono l’assistente sociale, mi chiamo Pierpaola. Sono qui perché mi hanno detto che non vuoi più andare a scuola e vorrei capire per quali motivi  e se posso fare qualcosa per aiutarti…”

Dopo cinque minuti lentamente Fabio alza la testa e mi guarda.

Il colore dei suoi occhi è azzurro e dentro quell’azzurro annegano sofferenza , rabbia, tante domande e tante lacrime. Non mi parla, ma mi pare di cogliere un minimo di curiosità verso questa ragazza, alle prime armi, che prova a non fare danni in una situazione già alquanto difficile.

Ed è a questo che mi aggrappo. Al minimo bagliore di curiosità e provo a parlare a lui di cose semplici e possibilmente vicine alla sua vita. In realtà forse mi aggrappo più per salvare me stessa da questa comunicazione, da questa relazione con ragazzo ferito che non so proprio come curare.

Fabio , scopro poi nei giorni successivi, ha un passato di maltrattamenti, forse di abusi da parte di un padre che poi sparisce; ha un presente di convivenza con una madre spesso alterata dall’alcol;  di difficoltà di comprensione dal punto di vista cognitivo che gli crea disagi a scuola; di rapporti con coetanei piuttosto difficili. E il suo futuro è quantomeno incerto.

Grazie al minimo bagliore di curiosità e ai miei tentativi maldestri, riusciamo ad agganciarlo ad un piccolo progetto di accompagnamento educativo nel pomeriggio. Fabio sembra accettare un minimo le proposte, ma è perennemente sul “chi vive” su ogni cosa che gli succede intorno. Come se l’essere stato bruciato in passato, lo facesse allontanare da ogni novità anche possibilmente positiva.

Quando lo incontro nei mesi successivi ritrovo ogni volta l’azzurro di questi occhi pieni di dolore, ma nello stesso tempo pieni di domande e di ricerca di risposte. Pare volersi fidare, ma nello stesso tempo volersi perennemente difendere dagli adulti che sino ad allora lo hanno spesso deluso profondamente.

 

Dopo pochi mesi cambio ambito lavorativo e non seguo più Fabio. Lo vado a salutare durante una delle attività educative del progetto.

Entro nella sala dove alcuni animatori intrattengono un gruppo di ragazzini in attesa dell’inizio di un laboratorio. Uno degli educatori mi racconta che Fabio è molto interessato ai fumetti e al disegno. Chissà che questa non possa essere una via di fuga per lui e per il suo futuro.

Lui è in un angolo seduto a chiacchierare con un ragazzino, sa che sono lì per salutarlo e si avvicina. Non mi dice nulla ma mi abbraccia e mi saluta in silenzio con quello sguardo che, sono sicura, difficilmente mi dimenticherò…..

Dopo vent’anni, lavorando in un altro servizio, che si occupa di tossicodipendenze, ritrovo il suo nome, nell’elenco di alcune persone che stanno per entrare in una comunità terapeutica, e mi sento un po’ sconfitta.

Chiedo notizie ai colleghi che si occupano di lui. Il suo percorso purtroppo non è stato positivo: interruzione della scuola, inserimento in gruppi devianti, uso di sostanze, anche una breve carcerazione.

Ora la decisione di provare con una comunità terapeutica. Mi dicono “certo che è un tipo tosto, in tutti i sensi, nel bene e nel male. Difficile da avvicinare, non si fa “toccare” dalle persone.”

Quel ragazzo ferito non è  stato  sufficientemente o nel modo giusto curato. Le ferite si sono riaperte e forse altre sono andate ad aggravarle.  Ripenso ai suoi occhi azzurri e spero solo che quel barlume non si sia spento e che ci sia ancora qualcuno che riesca a farlo rialzare dall’angolo buio dove si sta ancora nascondendo.

Auguri Fabio.

P.M. Piemonte
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Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.