Lettera aperta di un’assistente sociale…dall’altra parte della scrivania

Prendendo spunto da una massima di Umberto Eco che sosteneva che “là dove non si può argomentare,
occorre narrare”, sono qui a raccontarvi la mia storia.
Sono un’ assistente sociale e lavoro dal secolo scorso… Ma non è della mia storia professionale che vorrei
riferire, ma di come io abbia avuto la possibilità di guardare alla stessa con occhi diversi, soprattutto dopo
un’esperienza personale che, per un periodo, mi ha fatto sedere dall’altra parte della scrivania: qualche anno
fa “in fretta e furia”, infatti, ho dovuto temporaneamente sospendere il lavoro per affrontare una sfida che il
destino aveva deciso di presentarmi. Vi racconto quindi di com’è stato stare dall’altra parte…
Posso iniziare con l’assicurarvi che non sempre ho trovato quell’empatia che forse spesso diamo per scontata
nelle cosiddette “professioni di aiuto”, ed ho visto che spesso, troppo spesso, la differenza la fanno le singole
persone.
Ho respirato l’impegno degli operatori, sia a gestire la fatica della quotidianità, sia a stare dentro organizzazioni
che negano, ostacolandola il più possibile, la relazione con i pazienti/utenti…che poi sono prima di tutto
persone.
Mi sono sentita un numero, dove ciò che ero e che stavo provando, doveva necessariamente stare dentro ad
una sorta di prontuario. E se provavo a chiedere o a dire qualcosa in più, sentivo che mi stavo trasformando in
un problema, un ostacolo a quelli che presumibilmente erano i livelli di efficienza che in quell’organizzazione
si erano prefissati…
Penso di avere assimilato molto da questa mia esperienza o “nuova dimensione” che dir si voglia, di
paziente/utente e (davvero poco) persona; tant’è vero che quando sono stata in grado di farlo, ho provato a
fare delle similitudini con quella che era stata la mia quotidianità lavorativa, ed ho riflettuto sul mio modo di
operare all’interno del mio ente/organizzazione.
E solo guardando con altri occhi, ho avuto la possibilità di capire tante cose. “Cose” che forse prima avevo dato
troppo spesso per scontate, probabilmente arrivando anche spesso a banalizzarle.
Ho capito che la relazione con le persone è davvero imprescindibile nel nostro lavoro, così come è
fondamentale la fiducia, che va coltivata, e mai data per certa.
Ho capito che non sempre è giustificabile farsi “rincorrere” al telefono dalle persone, perché ho provato il
senso di disorientamento e frustrazione di chi quella telefonata la sta facendo.
Ho capito, come mai prima d’ora, che i ruoli ingabbiano le relazioni e che è anche mio compito “tutelare le
possibilità, affinché il possibile diventi reale”.
Ed ho capito anche che ciò che ascolto, che vedo, che penso non deve stare solo nella mia testa, ma va lasciato
scritto nelle cartelle sociali delle persone seguite, affinché chi fa riferimento al servizio non debba sempre
“ricominciare da capo”: perché ho provato sulla mia pelle quanto sia faticoso ricominciare ogni volta, e
raccontare ancora di te a chi hai l’impressione che forse ti sente, ma che in realtà non ti sta ascoltando…
Ho capito che è anche mio compito chiedere ai superiori/responsabili/amministratori una doverosa attenzione
alla qualità dei servizi che offriamo, alla rispondenza degli stessi rispetto ai reali bisogni delle persone che
arrivano ai servizi.
Ho capito che corriamo sempre. Troppo. E non ci fermiamo a pensare, presi “dal fare”. Ma fare cosa? …mi sa
che spesso neanche riusciamo a dare un senso al nostro fare. Non sempre ci viene chiesto. Forse viene dato
per scontato. Ma è davvero così scontato? Può essere che “per il troppo fare” si perda di vista il cuore del
nostro lavoro, che è la relazione con l’altro? Ma poi chi è l’altro?
Ecco questa risposta ce l’ho: io sono stata l’altro. E lo sono ancora, mio malgrado.
Ed è proprio stando dall’altra parte che mi sono resa conto di come spesso rimaniamo incastrati dentro la
dimensione istituzionale-organizzativa di cui facciamo parte. Quanto la stessa è penetrata nelle relazioni tra
colleghi, nel processo di aiuto, nella relazione “con l’altro”, portandosi dietro valori latenti non sempre in linea
con i “giusti” atteggiamenti professionali. Quanto, presi dalle mille e una cose da fare, forse stiamo “subendo
passivamente” tutto questo. Oppure, peggio, a come ci siamo abituati a tutto questo, senza neanche
rendercene più conto…
Nasce quindi spontanea un’ulteriore domanda: “ma sono io che sono diventata una pessimista cosmica,
oppure davvero questi sono i servizi che offriamo? Ed è così che anche noi trattiamo le persone”?
Annamaria Campanini sosteneva che “agli Assistenti Sociali è richiesto un impegno costruttivo per partecipare
ad un processo di influenzamento e orientamento delle politiche sociali verso la realizzazione dei principi di
uguaglianza e di coesione sociale”.
Per quel che riguarda la mia analisi personale, sento che negli anni quasi certamente ho fatto venire meno la
giusta attenzione a quella che nel nostro lavoro e nel nostro Codice è chiamata “responsabilità”, non
ricordandomi della necessità di dover sempre rendere conto alle persone, alla mia organizzazione ed alla mia
stessa comunità professionale dei miei comportamenti, mettendo così in secondo piano la consapevolezza e
l’adesione a quelli che sono e dovrebbero essere i miei valori professionali.
Ma solo a me è successo di avere la netta sensazione di aver tralasciato il SAPER ESSERE, che tutti sappiamo
essere ciò che qualifica la nostra identità professionale che non necessita solo di una formazione di base, ma
anche di una continua riflessione e revisione di sé, di un affinamento progressivo alla cosiddetta sensibilità
etica, di una continua ricerca di senso delle azioni, delle scelte e delle molteplici relazioni che compongono il
lavoro professionale?
Quel che so è che dall’altra parte ho avuto modo di ripensare e di ripensarmi.
E per quanto discutibile possa sembrare ciò che segue, vorrei sapeste che, nonostante tutto, sono grata a
quest’esperienza dolorosa, perché mi ha dato la possibilità di meditare sulla necessità di un “uso” più
consapevole di sé: come professionisti forse non dovremmo temere la nostra parte emotivo-affettiva, perché
è coinvolgendo e lasciandoci coinvolgere, che instauriamo autentiche relazioni. Di aiuto. Di vicinanza. Di
solidarietà.
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S. C. Friuli Venezia Giulia