Le caramelle dell’assistente sociale… Il resto non lo ricordo già più

Stesso posto, stessa panchina, stesso panorama, stessi rumori, tutto sempre uguale a ieri. Nella mia mano sempre lei, la sigaretta. Non fumo, diciamo che inganno il tempo.

In attesa, in perenne attesa, mi piace aspettare, l’attesa può farti sperare in qualcosa di migliore. E infatti, io attendo il momento del contatto, della parola, di quello scambio umano che mi fa sentire vivo, e che mi fa ancora camminare, nonostante la stampella. Aspetto perché so che tra poco, sentirò quelle parole, che poi neanche ricorderò, ma che mi danno il calore, che mi fanno sentire a casa.

Sono qui, sulla solita panchina, la schiena appoggiata, ancora è presto, lo sguardo perso nel vuoto e nei miei pensieri, anzi nella mia ansia del momento.

Oggi devo assolutamente chiedere il certificato che dica chi sono e di chi sono figlio, mi serve e mi serve subito, devo averlo in tasca quando i miei vicini me lo chiederanno … altrimenti potrebbero cacciarmi di casa, tutti devono conoscere la mia identità, così sapranno che posso stare nella mia casa.

Quella è una casa del Comune e la hanno assegnata a me, proprio a me. È importante sapere chi sono, ma ancora più importante è che lo dica il Comune, così nessuno potrà dire che sono un bugiardo o un matto. Già sono stanco, ho pensato troppo, e pensare mi fa male, mi sento come se avessi tante scimmie nella testa che si agitano.

Sono invalido e faccio la puntura ogni 15 giorni, vengono a farmela a casa gli infermieri del CSM, non devo pensare troppo. Meno male che fra poco, arriva lei, l’assistente sociale, e oltre al certificato avrò anche le caramelle, le solite caramelle, speriamo alla frutta, perché la scorsa volta me le ha date al latte… E sinceramente quelle andavano bene per la colazione, ma io faccio sempre colazione prima di andare da lei. Poi che strano, mi dà sempre caramelle alla frutta.

Mi piacciono le caramelle, quando me le dà io non le mangio mai tutte subito, una la mangio subito e l’altra la conservo con cura nella tasca della giacca, e la mangio quando sono a casa, da solo.

Ecco l’assistente sociale, è in macchina, come sempre, mi vede, abbassa il finestrino e mi dice che va a parcheggiare e arriva, io le dico di stare attenta, sennò poi chi mi dà le caramelle?!

Ci incontriamo alla porta del Comune, percorriamo il corridoio insieme, è lungo e mentre camminiamo io non penso più al certificato, ma alle caramelle. Ogni passo, ogni singolo passo che facciamo si dileguano tutti i miei pensieri, e l’unica ossessione che resta nella mia mente sono le caramelle e soprattutto scoprire se saranno alla frutta.

Il resto non lo ricordo già più. Lei infila la chiave nella toppa, uno, due scatti e la porta si apre. Io resto in piedi, lei tira su la tapparella, chissà dove trova tutta quella forza, come sempre non mi siedo, rialzarmi mi costerebbe troppa fatica, lei mi viene vicino, nessuno si avvicina mai così tanto, anche se concedo all’operatore domiciliare di lavarmi, ogni tanto, diciamo che non profumo di talco, mi sorride e mi chiede come vanno le cose, se mi trovo bene con l’assistenza domiciliare, se va bene il nuovo progetto per il quale mi portano la spesa e me la cucinano. E se sono venuti gli infermieri per la puntura.

La conversazione dura poco, lei lo sa, mi conosce, non potrei sopportare un dialogo che duri più di cinque minuti.

Le parole si affastellano nella mia mente, si impastano nella mia bocca che sa già di nicotina e mi sembra di non capirci più un bel niente.

È come se la connessione cervello-bocca si interrompesse, come se si spengesse l’interruttore e tutto diventasse buio. Ma prima del black-out lei si allontana, prende la scatola di latta e mi offre una caramella. La guardo e sorrido, non aspettavo altro, lei mi porge la scatola, e mi illumino… sono alla frutta!

Ne prendo due, una la metto in bocca ed è come se la mia giornata ora avesse un senso, l’altra la ripongo con estrema cura nella tasca della giacca. Lei mi sorride e indicando la tasca della giacca si raccomanda di conservala per dopo. Ora devo andare, è scaduto il tempo, lei mi chiede se avessi avuto bisogno di altro e io rispondo che non ricordo, ma la ringrazio. Devo andare, sono contento e so che posso tornare.

F.G. LAZIO


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.