La pandemia dei sommersi
emarginati, dimenticati

Sento i miei passi battere sull’asfalto, ogni mattina, nel silenzio assordante di questa Milano così surreale. Non sembra vero, ma da tre mesi riesco a trovare parcheggio a pochi metri dall’ufficio. E sempre le solite facce, i tanti volti noti già in fila di prima mattina per ritirare il farmaco. I dimenticati da questa pandemia. Figli di nessuno che abitano le strade, l’uno accanto all’ altro, ogni notte sotto le stelle in una Milano che risuona di sirene e che ha chiuso i dormitori. “Buongiorno dottore”, “ Buongiorno”.

Temperatura: 36,2. Mascherina, gel e caffè. Ormai è un rito. Accendo il pc, apro la posta, guardo l’agenda. Anche oggi come ogni giorno incontrerò sguardi, ascolterò storie. Molte conosciute, qualcuna ancora  ignota.

Squilla il telefono, P. è ricaduta e ha tanta paura. L’isolamento di questi mesi ha amplificato la sua solitudine, una dolorosa malinconia, un freddo abbraccio che le ghiaccia le ossa, le viscere. “Che dici Patti, fai un salto qui per quattro chiacchiere? “  “Va bene, ma mi offri un caffè. Non c’è un fottutissimo bar aperto”. “Ti aspetto”.

Accendo Skype, E. è lì pronto ad aspettare la mia chiamata. “Ciao E.” “Buongiorno S.”. Il tempo vola, parlare con lui è sempre bello, rigenerante. Ammiro la sua capacità sferzante di ironizzare su di sé  e sulla vita. “E’ il tuo fattore protettivo, custodiscilo”. La pandemia, a lui ha fatto solo bene, la quarantena ha consolidato la sua astinenza. “Non gioco da 75 giorni, e non mi manca”. La psicosi collettiva ha come normalizzato le sue ossessioni, lui che è un ossessivo-compulsivo da manuale. Scherziamo.

Chiudo la chiamata, è arrivato il nuovo paziente. H. è disorientato, spaventato. Sa di aver toccato il fondo ed è un fiume in piena. Mi racconta la sua storia e di come sia arrivato qui a chiedere aiuto. A volte mi chiedo come possa essere possibile. Solitamente mi commuovo per molto meno a casa, sul divano mentre guardo un film. Eppure è così.

S. è già fuori dalla porta, mi aspetta in piedi col suo zaino in spalla, il trolley e le innumerevoli borse. Da qualche mese sono la sua casa, tutto quello che ha. Non vuole niente dice, vuole solo parlare ma i suoi occhi dicono molto di più. Non è vero che sta bene, è disperata e la sua situazione mi fa sentire impotente. E’ una bambina di 50 anni, nata uomo in Brasile. Una storia di abusi, violenze. Una vita di dolore che ha provato a cancellare con l’alcol e con la cocaina. Una vita salvata in extremis solamente dal carcere. E poi ancora le ricadute. Per lei, transessuale, non ci sono comunità disponibili ad accoglierla, soprattutto in questo momento. Forse una luce in fondo al tunnel, questione di un mese, ma non ho avuto il coraggio di dirglielo per paura di disattendere, per l’ennesima volta le sue aspettative. Accenna un sorriso, mi consegna un foglio. Il giudice ci ha ascoltati, è nero su bianco: S. non può e non deve essere espulsa. L’Italia deve concedergli il permesso di soggiorno. Un volontario mi ha anche recuperato un cellulare e dei libri, è poco ma le ho cambiato la giornata. “Ho sentito suor C., domattina alle 8 puoi andare a far la doccia, ti hanno trovato anche un paio di occhiali”.

Nel frattempo è arrivata P. non ci diciamo niente, ci capiamo ormai. Lei si siede, vado a prendere il caffè e torno. Squilla il telefono, è la comunità di E., vuole parlare con me “Se non ti chiamo io tu non ti fai sentire” “Ma perché so che stai bene, passata l’emergenza vengo a trovarti”. E poi C., G., E.

Famiglie assenti, tormentate, violente. Sono delinquenti, vittime, rapinatori e rapinati, padri e figli. Donne mai state madri e figlie orfane d’amore. Persone violente e violentate, vittime di una malattia che le accompagnerà per sempre.

Ed è così ogni giorno, storie a pezzi. A noi operatori l’ingrato ruolo di provare a ricomporre i puzzle, riallacciare i rapporti, creare ponti, agire il cambiamento. Gioiamo per i loro successi e dimentichiamo talvolta troppo presto le loro sconfitte. Lo facciamo per tutelarci, o meglio ci proviamo. Qualche volta, spesso, piangiamo.

Sono vittime di una pandemia che esiste da sempre. Che semplicemente non abbiamo mai voluto vedere. La pandemia dei sommersi, degli emarginati, dei dimenticati dalla società. Quest’emergenza non ci ha reso migliori, non ci ha cambiati di una virgola. Perché adesso il rapporto continua ad essere impari, anzi sono ancora più invisibili.

Rispondo alle ultime mail, qualcuna la lascio da leggere. Oggi non ce la posso fare, risponderò lunedì. Spengo il pc. Abbasso le tapparelle. Spengo la luce su quel palco invisibile chiuso tra quattro mura, dove anche oggi ho recitato la mia parte. Me ne torno a casa con 2 regali. Ho un vasetto di salvia e un peluche. Sono ricco.

S.B.  Milano


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.