Ma era una debolezza la sua?

Un ragazzo, una mattina, era entrato e si era accomodato dall’altra parte della scrivania senza stringerle la mano né sorriderle. Ma queste cose Sara non le pretendeva, quale cortesia bisognava usare con un’assistente sociale pronta a scavare nella tua vita senza poi magari saperne richiudere le buche?

Indossava, il ragazzo, un dolcevita nero e sembrava ermetico come quel collo alto e ruvido che gli toccava quasi i lobi delle orecchie, in uno dei quali aveva una perla nera. Ma forse il ragazzo, dopotutto, non la considerava una ficcanaso, perché dopo una minima riluttanza iniziale, alcune domande riuscivano piano a aprirsi un varco.

Era lì, davanti a Sara che lo conosceva da dieci minuti, a riconoscere certe sue debolezze, a ringraziare chi lo aveva aiutato in passato – elencando nomi e cognomi di persone che forse solo poco tempo prima aveva trattato rudemente -, soprattutto a raccontare che la sua famiglia era perbene, ma che suo padre non era niente affettuoso. Per questo quando andava a dormire si domandava come mai non ricevesse mai un abbraccio. Gli occhi del ragazzo guardavano la scrivania, un piano bianco su cui batteva il sole. A volte il ragazzo si sforzava di sostenere lo sguardo di Sara, intanto lei si chiedeva chi facesse maggiore sforzo per non annegare negli occhi dell’altro.

Sara aveva l’impressione che se avesse provato a raccontare a qualcuno la tenerezza che la invadeva durante quel colloquio, la commozione anche, si sarebbe sentita nuda, e consapevole di non poter capire fino in fondo quali corde interiori aveva raggiunto il ragazzo. Le sembrava, a volte, una questione di corazza, come se per poter ascoltare a lungo tanto dolore bisognasse costruirsi una corazza forte. Per sopravvivere; era convinta che la maggior parte dei suoi colleghi portasse una corazza più resistente della sua. Era anche convinta, d’altro canto, che l’empatia fosse il modo più funzionale di instaurare una relazione, e che la relazione fosse la parte fondante di un processo di aiuto.

Credeva, Sara, che fosse una questione di distanza emotiva, cioè di quanto nel profondo si lasciasse entrare una persona, ma anche di velocità: quanto velocemente riuscivano a uscire da lei le persone che condividevano i loro disagi? Quanto ci metteva a rimetterle a fuoco e a ridimensionare i loro bisogni?

Aveva accompagnato il ragazzo alla porta, l’aveva salutato cordialmente, trattenendo l’impulso di abbracciarlo forte. Poi, mentre tornava a sedersi, le lacrime erano lì che spingevano dietro gli occhi, forse era solo colpa della luce intensa!

Lo sguardo muto e veloce del suo nuovo collega che aveva notato i suoi occhi lucidi l’aveva sorpresa e l’aveva fatta sentire sbagliata, come se lui potesse permettersi di essere non giudicante solo con gli utenti e non con lei, come se la sua fosse una reazione curiosa e fuori luogo, come se un’assistente sociale non potesse avere una debolezza. Ma era una debolezza, la sua?

R.G. Lombardia


*Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro.