La doppia promessa a O.
che vive in un C.A.S.

Vi scrivo questo messaggio di getto dopo uno dei weekend lavorativi più impegnativi che io abbia finora affrontato.

Esercito la professione da quasi tre anni, ma ho sempre bazzicato nel sociale anche grazie alle esperienze di volontariato.

Ho lavorato per un anno con persone con problemi di dipendenza, alle quali penso spesso soprattutto in questo periodo, e da poco meno di due anni lavoro nel settore della migrazione, nei cosiddetti Centi di Accoglienza Straordinaria (CAS).

Ho lavorato sia con donne che con uomini migranti ed attualmente ho 50 ragazzoni, dislocati in due differenti strutture, che mi tengono abbondantemente occupata ogni giorno.

Vorrei precisare che, come molti colleghi che lavorano nelle cooperative sociali, la mia forma contrattuale ed il mio inquadramento sono “bizzarri”: su 38 ore di lavoro settimanali, solo per 6 ore a settimana dovrei fare l’assistente sociale, per le restanti sarei un’operatrice dell’accoglienza, o meglio, una tuttofare (spesa, monitoraggio ed aiuto nelle pulizie, contabilità, accompagnamenti e quant’altro), come se si potesse operare chiudendo in un cassetto la propria professionalità e formazione. Io mi sento e sono un’assistente sociale SEMPRE.

Ma torniamo a noi.

Da quando il Coronavirus ha iniziato a diffondersi in Italia abbiamo dovuto necessariamente introdurre delle regole sempre più restrittive all’interno dei nostri centri, in linea con i vari Dpcm emanati, difficili da comprendere ed accettare già per noi italiani, figuratevi per delle persone che convivono con estranei, lontane da casa e dai propri affetti e che stanno combattendo con le unghie e coi i denti per avere un futuro migliore e per poterlo dare anche alla propria famiglia.

È un sabato pomeriggio soleggiato, uno di quelli che ti invita a fare una passeggiata, magari per andare a mangiare il primo gelato della stagione, ma c’è il Coronavirus e bisogna stare al chiuso.

Si ascolta un po’ di musica, si guardano video, si chiacchiera e si cerca di scacciare i brutti pensieri legati a questo periodo difficile.

O., ex minore non accompagnato, in Italia da quattro anni, è sempre allegro, chiacchierone e positivo, ma d’improvviso diventa serio e taciturno.

Lo guardo e gli chiedo cosa gli stia succedendo.

Mi guarda dritto negli occhi e mi dice: “Sai questo virus mi fa paura, penso a casa e prego tanto che non arrivi anche dai miei perché qui noi qualche possibilità di sopravvivere ce l’abbiamo, ma se arriva lì, sai, se arriva lì, è la fine per loro. Temo per la mia famiglia, ma inizio ad essere un po’ spaventato anche per me. Ti prego, devi promettermi una cosa. Promettimi che se il virus mi prende farai in modo di farmi tornare a casa, perché  se proprio devo morire, foglio farlo tra le braccia di mia madre”.

Per un attimo mi si gela il sangue e mi sento tremendamente impotente, ma devo dargli una risposta, ne ha bisogno. Prendo fiato e gli dico: “va bene, ma tu promettimi che farai di tutto per stare bene e che adotterai tutti gli accorgimenti necessari affinché per il virus sia difficile prenderti e farti del male, ma promettimi anche che ogni volta che ti verrà in mente un pensiero triste come questo, busserai alla mia porta e cercheremo di allontanarlo insieme”.

Il suo volto si rilassa e mi regala uno dei suoi sorrisi migliori, poi mi guarda e mi risponde: “va bene, però adesso girati che ti faccio le treccine”.

Rido e gli dico:” va bene O., ma prima mettiti i guanti e cerca di non starnutirmi in testa!”

Ecco, questo è uno dei tanti momenti che mi fa riflettere sull’importanza della nostra professione anche all’interno dei contesti di tipo comunitario/residenziale, soprattutto in momenti complessi e forzatamente carenti di relazioni sociali come quello in cui stiamo vivendo oggi.

A.D.C. Piemonte

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Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.