In ricordo di G. e della tenace scelta di restare nella sua casa. Col nostro aiuto

Dopo dieci anni a febbraio ho iniziato un nuovo lavoro, tutto diverso. E d’un tratto arriva la telefonata della mia ex responsabile che mi comunica il decesso di un’utente.
Ero abituata alla morte lavorando per gli anziani, un po’ meno per i disabili adulti.
La notizia arriva in un nuovo ufficio, durante un nuovo lavoro, in un Consultorio lontano qualche chilometro e sembra essere impermeabile per la mia emotività: G. è morta in primissima mattina, in una struttura che l’ha accolta dopo un’operazione, in un giorno inaspettato per tutti.
Il mio nuovo lavoro prosegue a pieni ritmi e solo al rientro in auto verso casa ecco che arrivano tutti i ricordi e le emozioni.
G. era analfabeta e nubile, proveniva dal meridione e la sua vita di sicuro non è stata convenzionale. Infatti, le sue testarde scelte spesso l’hanno portata alla deriva, dalla quale poi chiedeva di essere salvata. Poi.
In quel viaggio in auto ho ripercorso tutte quante le fatiche negli accompagnamenti a visite mediche da parte dei volontari,
delle sue prese di posizioni davanti agli ASA,
delle mille telefonate in dialetto incomprensibili,
delle mie levatacce mattutine per portarla a terapie lontane,
delle sue furbate per far acquistare dolci e dolciumi di nascosto,
delle visite domiciliari con il medico di base per riflettere insieme che avere un secondo frigorifero in casa non era proprio sano,
della gestione mensile della pensione con bigliettini colorati per riconoscere le diverse spese da affrontare.
E’ stato faticoso salvaguardare la sua domiciliarità, è stato faticoso accettare quella sua scelta di rimanere a casa da sola rassicurandola che no, non avrei fatto una domanda di ingresso in RSA di nascosto.
Eppure in quel viaggio ho pensato e contato le tante persone intorno a lei, da me attivate o da chiunque sapeva che lei aveva bisogno, anche quando il suo bisogno premeva in decine di telefonate in ufficio per chiedere “quando mi porti le ricevute delle bollette pagate?”.
Spesso mi sono chiesta se avessi creato un rapporto di dipendenza più che un intervento professionale.
Ci sono stati giorni in cui mi sono interrogata se il volere di G. era più forte e importante di tutta quella fatica e di tutta la strada percorsa ogni volta dal Comune a casa sua ma oggi le risposte tanto cercate sono diventate trasparenti.
Da professionista emotiva vorrei poter abbracciare tutte le persone, le associazioni, gli operatori e i colleghi che a vario titolo hanno contributo a questo enorme progetto, che non è mai stato troppo scritto ma tanto vissuto.

C.P. Lombardia


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.