Il mio San Giovanni da 26 anni… un giorno più speciale di altri

Il 24 giugno di ogni anno è una giornata strana.

Oggi nella mia città è una giornata particolare. È la festa patronale. Con questo, sono 26 anni che non la festeggio perché non ci ho mai lavorato, ho sempre fatto l’assistente sociale in altri territori.

Al mattino, da 26 anni, il 24 giugno mi alzo, pensando, oggi, che mia figlia dorme, è festa. Ieri, pensavo che la mia famiglia d’origine sarebbe restata a dormire. Fortunati loro.
Vado a lavorare sapendo che la mia città sarà spettrale, vuota, negli ultimi anni un po’ di meno, anche le feste sembrano diverse.
Ho un colloquio alle 8.30 ma so che anche se dormo un po’ di più non farò troppo ritardo, perché non c’è traffico.
Sono 26 anni che in questa giornata strana succedono delle cose particolari.
Ieri sera non riuscivo a prendere sonno e so bene che è solo in parte perché mia figlia era uscita in macchina. Anche quando è  tornata, sono stata sveglia, a lungo, pensando a cosa mi aspettava questa mattina alle 8:30.
Avevo appuntamento con il marito e con la sorella di una signora seguita da qualche tempo dal centro di salute mentale dove lavoro.
Sapevo già che sono due persone spaventate, che vorrebbero fare qualunque cosa per aiutare la loro amata.
Sapevo anche che questa signora ha una patologia oncologica cerebrale.
E sapevo che loro farebbero qualunque cosa per non perderla, chi non lo farebbe?  E sapevo che hanno bisogno di aiuto.
Nel corso del colloquio fatto con una mia collega psichiatra, sono emersi sentimenti profondi dì amore. Sensi di colpa. Impotenza.
La paura di perderla.
L’idea che la malattia mentale possa influenzare la sua capacità di prendere delle decisioni.
Lei non vuole farsi operare. È un intervento rischiosissimo. Potrebbe non svegliarsi. O svegliarsi e non essere più lei. Vuole rimanere così, attendendo quel giorno in cui la vita finirà, chissà se domani, tra un mese, tra un anno. Nessuno lo sa dire.

Con tanta fatica, ho provato a spiegare quali sono i percorsi per assumere delle decisioni contro la sua volontà, quali elementi sono necessari.
Ho spiegato come funziona la nomina di un tutore, quando si può fare e perché. Cosa significa, emotivamente, accompagnare un parente ad una udienza in cui si mette in discussione la sua capacità di prendere decisioni. Quali ripercussioni può avere nel futuro di una famiglia.
Da un punto di vista tecnico, ho raccontato di come in altre occasioni ci siamo trovati di fronte a scelte di questo tipo, come servizio, ed abbiamo accompagnato le persone e le famiglie a prendere decisioni.
Di altre situazioni in cui le persone non avevano altro che il nostro servizio e quindi, nelle riunioni di équipe, abbiamo assunto delle decisioni, come se in qualche modo fossimo una famiglia. Portandoci dietro queste decisioni tutta la vita.
Ho anche sottolineato, però, che di fronte a scelte terapeutiche così importanti anche persone che non sono mai state seguite da un centro di salute mentale, alle volte, decidono cose che non comprendiamo.
Ma nessuno ha la possibilità di far loro cambiare idea. Non esistono giudici così potenti.
Perché dovremmo pensare che la malattia mentale, sempre e comunque, toglie la possibilità di scegliere?
Non ho fatto cenno alla mia storia personale, una storia in cui mi sono trovata ad assumere delle decisioni per un mio parente, di cui ero tutore.
Ma il mio intervento tecnico è stato probabilmente in qualche modo influenzato.
Io sono convinta che anche una persona con una malattia mentale può essere in grado di scegliere.
È quel famoso principio di autodeterminazione, che può essere realizzato, ne sono convinta, ma solo se la persona è davvero consapevole delle alternative.
E può scegliere davvero. Sta a noi assistenti sociali ed ai nostri colleghi di altre professioni dare la possibilità di assumersi le proprie responsabilità di scelta, dando tutte le informazioni necessarie, in modo oggettivo.

Abbiamo cercato di capire quanto la loro moglie e sorella è davvero consapevole. Li abbiamo ascoltati, accolti, riconosciuti, orientati e poi salutati, dando la nostra disponibilità a rivederci, ribadendo una volta ancora che in questa situazione è importante che la loro amata moglie e sorella si senta accettata ed accompagnata in qualunque decisione prenderà.

Ma il 24 di giugno da 26 anni non finisce di stupire. Poco più tardi ho saputo che un’altra donna che conosco da molti anni è in pronto soccorso, in pericolo di vita.

L’ho vista 15 giorni fa, da poco dimessa dall’ospedale, perché a seguito di una caduta in cui si è fatta una brutta frattura era importante capire se si poteva pensare di inserirla temporaneamente in una struttura per la riabilitazione o se poteva rimanere a casa sua.
È una persona intelligente.
Quando mi ha visto arrivare mi ha subito detto “B, se ci sei anche tu e perché è un casino. Noi ci siamo piaciute subito quando ci siamo conosciute, è nata una sintonia, mi hai ascoltata, fallo anche oggi”.
Abbiamo provato a capire con lei se era meglio l’inserimento temporaneo in una struttura, è stata irremovibile.
E, davvero, noi non avevamo alcuna ragione clinica di natura psichiatrica per dire che la sua frattura al bacino poteva essere gestita meglio in un posto diverso da casa sua.
Siamo tornate la settimana dopo.
Stava sempre bene. Abbiamo fatto progetti per il futuro.
E poi l’imprevedibile.
Una infezione.
È possibile che domani lei non ci sia più, ma noi l’abbiamo rispettata fino all’ultimo. Ha scelto perché poteva farlo, aveva le informazioni necessarie, le rassicurazioni, la vicinanza di “estranei di fiducia”.
Io di questo sono fiera, anche se probabilmente passerò un’altra notte insonne.

Era il 24 giugno di 26 anni fa. Ero una assistente sociale di quelle che come dice una collega “si occupano di tutto, dallo spillo del ciripa’, alla cassa da morto”.
Ci chiamarono dal reparto maternità di un ospedale. Avevano un bambino nato con una sindrome da astinenza neonatale.
Ci precipitammo, io, giovanissima assistente sociale, e l’educatrice, con molta più esperienza di me.
In neonatologia ci fecero vedere un bimbo sedato, in modo che non potesse graffiarsi.
Aveva i guanti, quel piccoletto, per evitare di farsi male.
Le dimissioni furono bloccate.
Parlammo immediatamente con i suoi genitori che ricordo ci dissero che proprio non capivano perché insistevamo per dire che il bimbo aveva dei problemi.
Dormiva sempre, era un angioletto.
Non era a loro chiaro, o forse non volevano accettare, che dormiva perché era sedato, per evitare che i sintomi dell’astinenza da sostanze gli provocassero dei danni.
Ricordo che fui molto dura e provai spiegare loro che potevano decidere di non riconoscere il bambino dandogli, con grande generosità, la possibilità di avere una  famiglia che sarebbe stata attenta ai suoi bisogni.
Oppure potevano provare a capire che se era nato così, loro avevano una grande responsabilità. L’avevano messo in pericolo.
Ma potevano provare a cambiare qualcosa nelle loro vite. Alla fine di quel colloquio la collega educatrice mi disse: “beh, però. Sei giovane ma sei tosta”. Solo diversi anni dopo le dissi che quel giorno tremavo dentro come una foglia.
Quel piccoletto biondo andò in comunità, ricordo che era luglio, andammo a prenderlo in ospedale, in macchina faceva caldo, io e l’educatrice eravamo sedute davanti, dietro c’è la mamma con lui in braccio.
Gli parlava.
Gli diceva “farò di tutto per non perderti”.
Con quella famiglia abbiamo lavorato fino a quando il piccoletto è andato alle elementari.
Nel frattempo è uscito dalla comunità, è stato un po’ in affidamento dagli zii, vedeva i genitori regolarmente.
Ce l’ho stampata nella mente  una visita domiciliare, fatta poco prima che il piccoletto tornasse a casa,  in cui la mamma mi disse “Io mi ricordo quando lei è venuta a casa la prima volta. Nella vecchia casa.  Non capivo perché fosse così importante che nella casa dove noi abitavamo ci fossero solo un letto e un tavolo. Non ci fossero fotografie, cose personali, ricordi. Non capivo perché quando è nato il nostro bimbo lei avesse scritto quelle frasi al tribunale. Nel tempo ho capito, noi vivevamo per sballarci nel fine settimana e durante la settimana andavamo a lavorare con il solo obiettivo di arrivare al venerdì. La casa non era importante. La vita non lo era. Noi non lo eravamo. Il futuro non esisteva. Non c’era nulla di nostro. B., questa è la “nostra” nuova casa. Questa è la “nostra” nuova vita. Le piace? Cosa scriverà’ domani al giudice?”.
Dopo qualche anno, il piccoletto biondo è tornato con mamma e papà. Quando ha iniziato le elementari, abbiamo deciso che non era il caso di informare le insegnanti di cosa era accaduto quando era nato. Al colloquio di chiusura del progetto di vigilanza, già con provvedimento del tribunale chiuso da diverso tempo, ricordammo a quella mamma e a quel papà che saremmo sempre stati lì, se avessero avuto necessità di parlarci, ma che era il momento che andassero per la loro strada.
Tanti anni dopo ho incontrato il piccoletto biondo, non più piccoletto ma bellissimo adolescente, e la madre al parco vicino all’ufficio. I nostri occhi si sono solo incrociati. Poi lei ha guardato il piccoletto, i loro sguardi erano colmi di amore, complice. Erano in bicicletta e senza girarsi sono andati per la loro strada.
L’assistente sociale era felice.
Non ci fu bisogno di parole, il rispetto reciproco era già evidente in quell’incrocio di sguardi. Eravamo stati una bella squadra e avevamo portato a casa il risultato.
Il 24 giugno è festa patronale nella mia città.
Non prendo mai ferie e non sto a casa a dormire, perché so che sarà un giorno particolare.
Da 26 anni è così.
Ogni giorno si sta lì a cercare di capire come si può garantire l’autodeterminazione. La scelta. Non sempre funziona. La nostra non è una scienza esatta.
Ma noi assistenti sociali lo sappiamo, e ogni giorno ci facciamo millemila domande.
Incrociamo vite, spesso complicate, con le nostre.
E sempre ne usciamo cambiati.

Tutti i giorni sono speciali per gli assistenti sociali.
Il 24 giugno di più, perché è un giorno speciale.

B.R. Torino


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.