“Ho perso una parte di me, ma non dimenticherò mai quei due bambini”

Non la volevo proprio fare la tutela minori…

Avevo 27 anni tanti sogni, tanta energia, tanta voglia ma poco esperienza, ma dopo tre colloqui avevano scelto proprio me ed io ce l’avrei messa proprio tutta.

Ero in un Comune di medie dimensioni e quindi non avrei fatto solo tutela.

Il carico di lavoro aumentava giorno dopo giorno e noi eravamo in due sul servizio sociale di base ed io ero l’assistente sociale di riferimento dell’équipe socio-psico-pedagogica .

Sono stata fortunata ho imparato tanto, ma forse ho perso una parte di me.

E’ arrivato il caso che ha segnato la mia carriera professionale e non solo.

Un caso che ho portato avanti per cinque anni.

Un allontanamento mamma e 2 bambini che chiamerò Matteo e Roberto che poi si è trasformato in un allontanamento dei minori anche dalla madre.

È iniziata una guerra del padre nei confronti del servizio, delle comunità, del tribunale per i minorenni. Insulti verbali, lettere, persecuzioni, inseguimenti. Questo per cinque anni, per tutti i giorni in cui ero in servizio. Un bombardamento fisico ed emotivo.

Io che non amo il conflitto, io che sono per la mediazione sempre e comunque, mi sono ritrovata in un vortice di discussioni che non portavano a nulla. Ma i bambini, loro nonostante la distanza dai genitori e dal servizio, respiravano questa aria intrisa di guerra e non stavano bene.

Avevo studiato che con la famiglia si collabora, si cerca di strutturare un percorso di recupero delle competenze genitoriali, avevo messo in pratica con l’équipe di cui facevo parte, in molte altre situazioni un percorso di presa in carico di tutto il nucleo affinché ci potesse anche essere un ricongiungimento. Ma in quel caso proprio non si riusciva.

Ed io sono stata male, mi sono fatta travolgere da tutto questo perché mi sentivo incapace di far stare bene questi bambini e forse anche questo padre.

Ci sono stati due momenti che hanno segnato la fine di questo caso:  l’incontro con il Presidente dei tribunale per i minorenni che mi disse :”Cara assistente sociale questo padre non è un delinquente, non ha dipendenze, ma vive e si nutre di questo conflitto e mai vi lascerà lavorare.  Quindi i bambini tornano a casa con lui”. La madre nel frattempo aveva deciso di mettersi ai margini.

Sono uscita da quella stanza distrutta perché non ce l’avevo fatta a proteggere come avrei voluto Matteo e Roberto.

Il secondo momento è stato quando ho salutato i bambini ed il più grande mi disse: “Mio padre dice che lo vuoi morto”. Io ebbi la prontezza di rispondergli: “No non lo voglio morto, e mai l’ho pensato: Spero veramente che possiate stare bene a casa con il vostro papà”.

Il nucleo cambiò residenza subito dopo l’emissione del decreto di collocamento presso il padre.

Non seppi più nulla di loro per un anno, forse perché non ero pronta a sapere.

Incontrai casualmente la collega del Comune in cui risiedevano e mi disse che il padre qualche tempo prima aveva portato i due figli al servizio sociale per dire che non li voleva più ed erano stati collocati in comunità.

Piansi non so se di gioia o di dolore o forse tutto insieme.

Gioia perché forse i due ragazzini avrebbero potuto costruirsi una vita serena, dolore per tutto quello che avevano passato ed avrebbero passato.

Da quel momento non ho più voluto fare la tutela minori e mi sono licenziata da un posto fisso a tempo indeterminato per non farla più.

Ho amato quel lavoro con tutta me stessa, ma avevo perso troppo.

Una volta guardando un cartone animato ascoltai questa frase: “le ferite si rimarginano le cicatrici sbiadiscono”.

Sono stata in supervisione per molti anni e le cicatrici sono sbiadite le ferite rimarginate.

Faccio al meglio che posso questo lavoro che amo, ma un pezzetto di me rimarrà sempre con loro.

Ho la speranza che qualcosa del lavoro fatto negli anni, la relazione minima che si era creata con le persone che li hanno seguiti, li abbia resi due giovani adulti capaci di affrontare la vita.

NON VI DIMENTICHERO’ MAI.

B.C. Lombardia


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.