Sclerosi multipla! Guardare in faccia l’infausta diagnosi del signor Gino

 

“Pronto? buongiorno Sindaco, mi dica! Certo, potrei venire in comune domani stesso perché ho già fissato una visita domiciliare nel suo comune. Se crede che per il signore sia fattibile potrei essere li per le 11.30”.

Riagganciai ma rimasi perplessa… il sindaco di D., uno dei comuni più piccoli del distretto di M., mi contatta per segnalarmi una situazione molto delicata. Ad ogni modo, il mattino seguente stampai la scheda conoscitiva che solitamente utilizzo per i colloqui di segretariato, e dopo la mia visita domiciliare mi recai in Comune.

Arrivai con qualche minuto d’anticipo, ma il signor Gino era già in sala d’attesa. Ci indicarono di accomodarci nell’ufficio del sindaco, ma nel piccolo corridoio notai immediatamente il suo passo claudicante. Ci sedemmo di fronte al sindaco e non fu difficile notare che il signor Gino aveva maldestramente tentato di curare il suo aspetto in vista dell’incontro.

Era comunque evidente che non fosse sua consuetudine prendersi cura di se stesso.

Nel corso dell’incontro il signor Gino non si voltò mai a guardarmi in faccia viso neppure quando ero io a prendere la parola, tanto che, solo quando mi rimisi in macchina per far rientro in ufficio, mi resi conto di non aver memorizzato né i tratti del suo viso, né il colore dei suoi occhi.

Non avevo però potuto fare a meno di notare un tremore alle braccia che lui stesso provava inutilmente a controllare.

Iniziò un nuovo percorso di presa in carico.

Emerse immediatamente una richiesta d’aiuto per ciò che riguarda la condizione economica- abitativa.

Di fatto il signor Gino viveva in una casa di proprietà in condizioni precarie e non aveva alcuna entrata economica ormai da tempo.

Viste le circostanze mi limitai solo ad appurare quale fosse la sua condizione sanitaria: non aveva contatti con il medico di medicina generale da anni, non conosceva le ragioni di una deambulazione compromessa. Era uno dei principali elementi di preoccupazione su cui lavorare.

Conclusi il primo incontro senza approfondire altro, data l’evidente condizione di disaggio del signor Gino.

Decisi in quel momento di rispettare i suoi tempi e di lasciare che facesse emergere nel corso dei colloqui tutti gli aspetti che lo avevano condotto ad una condizione di vita così tanto compromessa.

Eppure in quella giornata non trovai pace. Ci fu in me un subbuglio di sentimenti e domande: perché soltanto ora? Come fare ad istaurare una buna relazione professionale di fiducia con lui che neppure aveva osato guardarmi? Dove avrei trovato le parole giuste per ipotizzare con lui un progetto d’intervento che avrebbe richiesto una messa in discussione del suo modo di vivere?

E poi il tormento maggiore…la sua andatura, il suo passo mi riportarono al passato. Avevo già visto un’andature simile quando frequentavo le scuole primarie, ma la spiegazione che allora mi era stata data era: “ha una malattia che non gli permette di camminare adeguatamente”.

Le mie preoccupazioni svanirono nel giro di pochi incontri, istaurammo una buona relazione professionale, concordammo le priorità ed iniziò un percorso ad oggi in corso.

Fu tutto nuovo per Gino pertanto fu mia premura sostenerlo in ogni minimo passaggio: produzione della certificazione ISEE, presentazione della domanda di Reddito di Cittadinanza, ripristino della corrente elettrica con i soldi dall’erogazione del primo contributo RDC, piccoli lavori necessari nell’abitazione…

Faticai nel riportare Gino sul nostro obiettivo principale: la sua condizione sanitaria. Con il suo consenso decisi di attivare un intervento educativo di supporto al fine di facilitare la prenotazione delle visite, organizzare gli spostamenti per raggiungere cliniche e ospedali, mantenere i contatti con gli specialisti.

In una specifica occasione Gino si rivolse all’educatrice con tono fermo, mitigato da un accenno di sorriso, dicendo di me: “Lei è un terremoto!”.  Rimasi perplessa, quasi amareggiata per quell’appellativo. Soltanto dopo capii che si trattava di un goffo complimento. Effettivamente erano tante le aree che avevamo smosso.

Il 20 agosto 2020 fu la volta della scossa più dolorosa. Passai a prendere Gino per accompagnarlo a ritirare il risultato dei test psicodiagnostici per poi potarlo in ospedale per la visita neurologica di controllo. Il referto dei test confermò a me la natura di molte difficoltà di Gino, mentre lui decise di cogliere soltanto la sua “scarsa tolleranza alla frustrazione…”.

Gino richiuse il documento e decidemmo di rileggerlo in un altro momento. Giunti dietro la porta dell’ambulatorio regnò il silenzio fino a quando non fummo invitati ad rientrare. Il neurologo notò che la deambulazione era leggermente peggiorata rispetto alla prima visita ed iniziò a prospettarci la difficoltà di somministrare un farmaco sperimentale trattandosi di una malattia in stadio avanzato. Lo specialista, affiancato da una gentilissima infermiera provo a dare indicazioni a Gino: “Sarebbe il caso di fare una visita fisiatrica. Potrebbe iniziare ad usare ausili per la deambulazione,  il bastone da trekking che lei utilizza non le dà stabilità”. Gino, fino ad allora chiuso nel suo silenzio, esordì con tono brusco. “In quanto tempo peggiorerò?”.

Uscimmo dall’ambulatorio, ci lasciammo alle spalle l’ospedale ed il posteggio sotterraneo per poi imboccare la strada verso casa in totale silenzio. Finalmente Gino ruppe il silenzio, mi guardo in faccia con gli occhi lucidi e disse: “Io non ce l’ho quella merda!”.

Per la prima volta non ebbi parole da dire, la sua diagnosi di Sclerosi Multipla spiazzò anche me.

 

T.B. lombardia



Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.