E il neonato trovò casa in Smart Working

Caro Ordine vorrei raccontarti una storia, una tra tante, una tra quelle che tutti in questo periodo stiamo vivendo da operatori del sociale. Anche noi, qualsiasi sia il nostro ambito di intervento, nonostante l’onda devastante del virus, non ci fermiamo, ci ri- inventiamo nuovi strumenti di lavoro, nuove modalità comunicative.

Lavoro da anni presso un servizio tutela minori. Comincio ad appartenere alla generazione di colleghi “ maturi” e mai avrei pensato di organizzare il collocamento di un neonato da casa mia, in Smart Working. Sì perché i provvedimenti di un’ Autorità Giudiziaria di devono applicare anche quando c’è in corso una pandemia mondiale e perché un bambino così piccolo è doppiamente a rischio in un reparto ospedaliero, durante un ‘emergenza sanitaria.

Scrivo questa storia perché vorrei poter condividere con chi mi leggerà come, almeno questa volta, il lavoro di rete sia stato possibile e produttivo. Sono servite ore di lavoro dalla mia camera da letto; due telefoni cellulari, uno personale e uno di servizio; un computer e tante tante e- mail; la pazienza di colleghe e operatori del Terzo Settore che mi hanno ascoltato, quando spiegavo loro la situazione; video chiamate; una responsabile in cabina di regia; uno scanner e una stampante che non aveva più l’inchiostro; tanta tanta predisposizione ad accogliere il nuovo, abbracciando modalità di comunicazione meno formali e più dirette, ma al contempo empatiche.

Ho conosciuto la famiglia di pronto intervento, fortunatamente già “formata” in precedenza dall’equipe di riferimento, in video chiamata. Mai avrei pensato di poter effettuare un passaggio così delicato in una tale situazione. Ma ha funzionato. E ha funzionato rispolverare vecchie relazioni professionali e con questo intendo relazioni umane che, non mi vergogno a dirlo, hanno permesso di ottenere documenti che in un regime di normalità, avrei ottenuto dopo settimane.

Ecco la mia storia, fatta di dolori da accogliere e contenere, di pensieri da riordinare per prendere la decisione giusta, di copertine da recuperare in qualche modo, di mascherine, guanti e saluti distanziati.

Di un bambino che non ho nemmeno toccato e che mi è stato passato da una culla di ospedale, direttamente in un ovetto per auto. Tutto senza nemmeno entrare in reparto per paura di contagiarlo, di contagiare e di essere contagiati .

A volte sono grata alla mia professione per quanto di straordinario mi pone davanti. A volte no, ma questa è un’altra storia. Grazie.

G.M. Lombardia


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.