Dieci anni dopo, il richiamo di R. sconfitta dalla Sla

Mi chiamo Stefano e sono un’assistente sociale che per molti anni ha lavorato nell’ambito dei servizi socio assistenziali rivolti alle persone con disabilità o disagio psichico, servizi forniti da alcune importanti e storiche cooperative romane. Questa esperienza, completamente diversa da tutte quelle avute precedentemente e successivamente, ha cambiato per sempre la mia vita e il mio modo di vedere le cose e le persone.  Nel 1997 ho cominciato a lavorare in una di queste coop che stava cercando un assistente sociale che ricoprisse il ruolo di coordinatore del servizio di assistenza domiciliare denominato “Servizio per l’Assistenza e l’Integrazione Sociale della persona Handicappata (S.A.I.S.H).

Io, neo laureato, mi sono proposto per questo ruolo riuscendo, dopo un periodo di prova, ad ottenere l’incarico. Questa esperienza professionale resta in assoluto la più importante della mia vita, e questo non solo perché era la prima volta che mi trovavo ad avere così tante responsabilità verso così tante persone e così tanti problemi, ma soprattutto perché volevo fortemente svolgere quella che era la mia professione, la mia scelta di vita, sperimentandomi  e mettendo in campo tutti i miei nuovi saperi. Nonostante siano poi seguiti altri incarichi, anche più importanti e prestigiosi, in quegli anni sogni ed aspettative trovavano sempre spazio e spesso risposte concrete.

Nonostante sia passato molto tempo dal giorno in cui ho lasciato quella cooperativa, non ho mai smesso di pensare con affetto ai tanti utenti che ho personalmente seguito, alle tante famiglie che ho incontrato, ma anche ai loro tanti problemi ed alle loro più intime confidenze e speranze.

Tra le tante persone e situazioni che ho direttamente seguito, c’è stato anche un caso di Sclerosi Laterale Amiotrofica, meglio conosciuta come S.L.A., patologia abbastanza rara e sconosciuta in quel momento, che purtroppo aveva colpito una giovane donna di circa quarant’anni di età, la signora R.

Quando conobbi R., così come ero solito fare, mi sono presentato a lei nel corso di una visita domiciliare, spiegandole il servizio offerto dalla cooperativa, il ruolo degli operatori ed anche il mio ruolo. Durante questo incontro, cosi come da prassi, le chiesi quante più notizie possibili, con lo scopo di poter utilizzare queste conoscenze per meglio predisporre l’intervento domiciliare, che poi gli operatori avrebbero realizzato. Questa era anche la fase più difficile, emotivamente parlando, perché dovevi entrare nel merito di problematiche enormi, che spesso non avevano vere soluzioni, ma solo ipotesi più o meno concrete. Comunque, dopo alcuni incontri e dopo aver avviato l’intervento domiciliare da parte degli operatori, mi sono più volte recato a farle visita. Ogni volta, quando le ponevo domande riguardanti il servizio ricevuto, lei era solita evidenziare, sempre in modo ironico e benevolo, la mia formalità nel relazionarmi con lei, dicendomi frasi come: “Ecco adesso iniziano le domande dell’assistente sociale!”, oppure “Ok, fammi le domande di rito”.  Il rapporto con la signora R., anche grazie a questa sua ironia e alla sua forza d’animo, è sempre stato positivo e di reciproco rispetto ed apprezzamento, diventando nel tempo anche più confidenziale.

Ma il tempo passa e dopo alcuni anni io ho accettato un altro incarico e le nostre strade si sono inevitabilmente divise. All’epoca ero convinto che mantenere i rapporti con le persone assistite, potesse essere d’ostacolo al lavoro di chi sarebbe arrivato dopo di me, e poi pensavo che gli enormi problemi che queste persone vivono, non permettessero una vera relazione, fuori da certi ambiti e ruoli. Questo comportò da parte mia una completa interruzione dei rapporti con le persone seguite nell’ambito del servizio S.A.I.S.H.

Dopo circa dieci anni, un giorno come altri, mi sono trovato a passare per caso nella zona e nella via dove abitava R. Avevo pensato spesso a lei, avevo pensato di andarla a trovare, ma non lo avevo mai fatto. Quella volta però, ho fermato la mia macchina proprio davanti il suo portone, sono sceso, ho attraversato la strada ed arrivato al portone,  ho suonato. Dopo pochi secondi una voce femminile mi ha risposto, aprendomi subito il portone. Mi sono ritrovato davanti a un’altra signora, che io non conoscevo. Mi sono subito presentato, spiegando a questa signora chi ero e perché ero lì. C’è stato un lungo momento di silenzio, dove né io né la donna abbiamo parlato, ma nel frattempo avevo notato che aveva gli occhi gonfi e rossi, come se avesse pianto da poco ed a lungo.

Mi ha guardato e con voce rotta dalla commozione mi ha raccontato che R. era morta, se ne era andata proprio il giorno prima. Lei era la moglie del fratello, che in quel momento stava riposando in un’altra stanza e che erano entrambi distrutti e provati. Poi, ormai in lacrime, mi ha detto che R. non era riuscita a vincere la sua battaglia più importante e che nonostante tutte le cure tentate e la tenacia dimostrata, non avevano avuto la meglio su questa terribile malattia. Siamo rimasto lì, così a parlare per un po’ e la signora, spesso piangendo, mi ha raccontato di R., di come lei avesse tentato tutto il possibile e di come avesse passato gli ultimi mesi di vita, serena e con accanto le persone che le avevano voluto bene. Alla fine ci siamo abbracciati e salutati e lei mi ha ringraziato per la visita e per le belle parole che avevo avuto nel ricordare R. Poi sono uscito, sono risalito in auto e sono andato via, chiedendomi se fossi stato ancora una volta troppo formale.

Penso spesso a persone come R., come a tante altre che non ci sono più, e sono grato ad ognuna di esse per avermi dato così tanto e per il profondo ed indelebile ricordo che mi hanno lasciato. Ci penso spesso e non nego che le vorrei ancora tutte qui, proprio come un tempo.

S.S. Roma


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.