Da venerdì 14 febbraio alla pandemia. Qui Piacenza

E’ venerdì 14 febbraio, la notizia del Coronavirus iniziava a spargersi nella Bassa Lodigiana. Nel nostro corridoio adibito a sala d’attesa di fortuna, erano presenti 30 persone.

Noi sette operatori eravamo come sempre stipati in poco più di 80 metri quadrati.

Non abbiamo avuto il tempo di parlarci, abbiamo lavorato sodo cercando di rispondere a tutti, come fosse un giorno uguale a un altro.

Quella mattina abbiamo anche chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Quattro poliziotti armati in sostegno a giovani assistenti sociali! Ridacchiavano tra loro.

Durante il week end, sgomenti, ascoltavamo e leggevamo anche sui social le prime notizie. Ognuno di noi ha pensato di dover (come sempre d’altronde) attenersi alle indicazioni impartite.

In un attimo la Bassa Lodigiana era zona rossa. Tutti chiusi in casa. Miliardi di domande hanno caratterizzato le nostre riflessioni e le nostre pause caffè.

L’incubo invade anche Piacenza. Poi gran parte della Provincia.

Il lunedì l’ospedale era chiuso al pubblico, il Tribunale pure, chi trovava chiuso in questi due posti, per vicinanza si recava qui da noi in ufficio. Timorose e in cerca di rassicurazioni noi stesse, abbiamo accolto.

Il corridoio  pieno di gente, noi senza protezione, noi senza capire cosa fare.

Dal pronto soccorso una mattina ci mandano un senza fissa dimora: “O lo mandiamo da voi o chiamiamo le forze dell’ordine” dice l’addetta al telefono. Accogliamo anche lui. Una collega dipendente pubblica (dotata di mascherina e gel per le mani, in quanto dipendente) gli parla.

A noi non è stato fornito nulla!!!

Nei giorni successivi diminuiscono le risorse anche umane. Sta chiudendo tutto anche qui.

Dobbiamo limitare gli appuntamenti e cercare di organizzarci.

Ci confrontiamo e, cercando di mantenere calma e lucidità, ipotizziamo un organizzazione a turni.

Ci dicono che dobbiamo usare le nostre ferie.

Per scelta gli uffici non si chiudono.

Rispondiamo al telefono, spieghiamo a chi chiama di non uscire, di limitarsi. Troviamo sistemazioni a chi una casa non ce l’ha.

Chiudono i dormitori di bassa soglia.  La mensa Caritas non permette più i posti a sedere, si sta in strada con distribuzione del sacchetto a pranzo a cena.

Qualche collega è positivo al virus. E…il palazzo si svuota. Lo smartworking è riservato a pochi.

Non è molto da sociale.

Persone vicine a noi colpite dall’incubo.

Da sabato scorso si susseguono le ordinanze, i Dpcm. Ieri sera il discorso di Conte, prima volta nella storia della Repubblica Italiana.

Un susseguirsi di messaggi WhatsApp tra le colleghe dell’ufficio. “State bene? Hai la febbre? Siamo servizio di pubblica utilità…servizio essenziale…dobbiamo andare!”.

Di sottofondo le sirene delle ambulanze .Tutti i giorni, tutto il giorno.

Ieri 13 morti. L’altro ieri “il giorno più buio” l’hanno chiamato così.

Sulla scrivania un messaggio di una collega ” Andrà tutto bene“.

Stanche e preoccupate, lontano dagli affetti scopri nuovi modi di comunicare .

Gran parte dei servizi si fermano, noi no.

Dotazioni precauzionali di fortuna. Il datore, lavora da casa. ma tu sei qui.

Una coppia di giovani ha la febbre alta, è chiusa in casa aspettano l’esito del tampone. Non sanno come recuperare le ricette del medico. Gli è stato spiegato, ma sono andati nel panico e hanno bisogno.

Tocca a noi. Ci ringraziano.

Teniamo le distanze. Ci laviamo le mani. Non ci tocchiamo occhi e bocca.

Ogni mattina sanifichiamo l’ufficio, rispettiamo le regole, cercando di farle rispettare.

Usiamo le nostre forze, le nostre risorse , le nostre ferie.

E’ pandemia.

Siamo infermiere senza camice.

S.M. Piacenza


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.