“Come posso dire a mia figlia che è nata da uno stupro?” Testa e cuore, le regole non bastano

Lavorare coi richiedenti asilo non è una cosa che desiderassi da sempre, è una cosa che un po’ è capitata, all’improvviso, in un momento della mia vita in cui mi stavo chiedendo se davvero volessi fare l’assistente sociale.

Ho iniziato a lavorare coi richiedenti asilo a 27 anni, era il mio primo lavoro, ed ero spaventata ed inesperta: per quanto l’università provi a formarti, arrivi sul campo e ti senti un soldato al fronte, perché è difficile estrapolare dalla teoria la pratica.

Lavorare coi richiedenti è strano, è diverso, è più entrante forse, perché ti sbatte in faccia la realtà di un mondo che non viene mai visto con occhi obbiettivi, ma viene filtrato da ciò che spesso ci passa la TV.

L’Africa è un continente diverso, è una realtà a parte, è anche un’altra vita.

Ho gestito tante cose in questi 3 anni, le ho gestite con la testa e con la pancia. Qui, nei centri di accoglienza, io non sono mai l’assistente sociale per loro, io sono Claudia. Mi spoglio di ogni regola, quelle regole che alle volte mettono tra noi e l’utenza una fredda scrivania, e mi ritrovo invece tra loro, con loro per loro.

Giorni in cui in struttura si fanno le torte per stare tutti insieme, giorni in cui ci si siede in cerchio per gestire i litigi tra coinquilini, come se fossimo una famiglia. Giorni in cui non esiste uno spazio netto tra operatore e utente, ma esiste la relazione d’aiuto, nella sua massima forza e complessità.

Questa è la storia di A., una donna nigeriana, ma è anche la mia, perché mai come con A. ho sentito cosa significa essere assistente sociale. A è una giovane donna, che arriva in Italia incinta a seguito di uno stupro di gruppo, arriva provata, annientata, arrabbiata, e chiede di abortire, ma il termine massimo per l’aborto legale oramai è superato.

Arriva con delle gravi ustioni alle gambe, riportate in seguito al viaggio in barca, arriva messa alla prova dalla vita, con un figlio in grembo non voluto, che le ricorda ciò che ha subito.

Conosce un uomo all’interno del centro di accoglienza, un uomo che le spinge la sedia a rotelle su cui è costretta temporaneamente per via delle ustioni alle gambe.

Quando le ho chiesto perché ha scelto proprio lui mi ha guardata e mi ha detto “era gentile, e la gentilezza non era da tutti nei centri di accoglienza, ognuno pensa a sé, a stare bene, lui invece no, pensava anche a me, che ero più sfortunata”.

Questa amicizia si trasforma in una relazione affettiva, A. è in stato di gravidanza avanzato, il figlio sta per nascere, e lei non sembra affatto pronta, ma F. le dà forza. F è presente e la sostiene.

Il figlio nasce, è una bambina, scelgono insieme il nome e il cognome resta quello della mamma, A. non si fida ancora di F, ci vuole andare piano. F. accetta, le resta accanto, a lei e alla bambina. A. fa fatica ad allattare la piccola, è dura, è scontrosa, e non si fa fatica a comprendere perché: il viso di quella figlia le ricorda lo stupro, le ricorda forse l’episodio più brutto della sua vita.

Lavoriamo con A, con l’aiuto di F., in questo percorso di accettazione della figlia, e del dolore che la figlia le provoca. F. è un padre a tutti gli effetti, ed è un compagno, si occupa di entrambe con amore e dedizione.

Il tempo passa, F. ed A. si consolidando sempre di più come nucleo coeso, e la minore riconosce F. come la sua figura paterna.

La prima parola che dice è “daddy”. Il lavoro con A. è grande, è faticoso, è lungo, ma porta a risultati sorprendenti, A. riesce ad accettare la figlia grazie ad una nuova consapevolezza, e alla presenza di F., che le dà la forza di essere una mamma, e si scopre per cui una mamma attenta ed amorevole.

I due si sposano in Italia, e danno alla luce un altro figlio.
A.  e F. iniziano a farmi domande sulle procedure di adozione: F. vuole ufficialmente che la piccola diventi sua figlia, la vuole come figlia, perchési sente suo padre.

Dopo lunghi incontri iniziamo le procedure, perché loro sono convinti di questo passo.

Il caso viene passato ai servizi territoriali, iniziano gli incontri, con psicologo e assistente sociale.

Ed inizia qui la situazione di una nuova difficoltà per la coppia: A. deve raccontare nuovamente della violenza, del padre della figlia, che non c’è, che non sa chi sia. I colloqui vanno tra alti e bassi, le tante domande fatte dai servizi li fanno sentire male, frustrati, incompresi.

A. fatica a dormire durante la notte, ripensa allo stupro, ma va avanti, noi le stiamo vicino, io la accompagno ad ogni incontro. Lei è scontrosa coi servizi, perchési sente violata, perché le fa male che con la lente di ingrandimento valutino la loro storia: Non riesce a capire sino in fondo che anche chi le fa domande dolorose sta solo facendo soltanto il suo lavoro.

Lo scoglio più grande da superare è quello che riguarda il dire alla figlia che non è biologicamente figlia di F., questa è una cosa che A. fa fatica ad affrontare, che non comprende.

Ci dice “come posso io dire a mia figlia che è nata da uno stupro? come posso io dirle che non è frutto di un gesto d’amore?”.

I servizi territoriali mi riferiscono di non aver mai trattato un caso simile, anche loro sono difficoltà. La legge però parla chiaro, il minore ha diritto di sapere.

Con A. parlo a lungo, di lei, della figlia, di tutto. A. fa fatica a pensare di dover parlare della violenza, per motivi che sono giusti, umani, comprensibili.

La porta dell’adozione è sempre aperta, restiamo ancora in attesa di una risposta, restiamo ancora in attesa di una decisione.

Ma questa esperienza mi ha fatto capire molte cose.

Siamo assistenti sociali, seguiamo delle regole, ci basiamo spesso su delle leggi, eppure poi, quando lavoriamo tali leggi non sempre ci sembrano la soluzione più netta alla risoluzione di un caso.

E’ vero, la minore ha diritto di sapere, e c’è una legge che tutela questo diritto, ma non ha forse la madre lo stesso diritto a non voler dire alla figlia di una realtà così inumana, così violenta, così aberrante? Come possiamo noi proteggere entrambe, senza fare degli errori?

E mi sono detta che, nonostante ci siano regole, protocolli e leggi, poi esistono i casi, ed esistono le storie, esistono le persone, ed è questo forse quello che alle volte dimentichiamo, perché troppo incastrati in automatismi, perché ancorati alle giuste regole della prassi di lavoro.

Che cosa è giusto in questo caso? Come si può uscire da una storia così, senza che nessuno venga ferito?

Ecco, io non lo so… me lo chiedo, me lo chiedo continuamente, stando attenta ad ogni dilemma etico, ad ogni sfumatura, eppure, nonostante tutto, io guardo A., F. e la loro figlia, e so per certo che comunque si concluda questa storia, qualcuno dovrà passare attraverso un nuovo, o un vecchio dolore.

Mai come nella gestione di questo caso complesso, che risulta difficile da riassumere in un racconto a parole, ho sentito che la professione che facciamo è prima di tutto un sentire interiore, e questo sentire interiore non va represso, non va oscurato, va ascoltato, vissuto, analizzato.

Sono spesso le più violente emozioni, quelle che danno il via al giusto modo di operare.

Con testa, cuore e teoria.

C.G. Toscana


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.