Beatrice e Alessia: intrecci di vite, dolori, emozioni dal 2010 all’anno del Covid

Beatrice è la moglie di Giuseppe. Giuseppe, nel 2010, a 62 anni, ha avuto un grave infortunio sul lavoro cadendo dal tetto su cui stava eseguendo una manutenzione. La caduta ha determinato un trauma cranico e la sua totale non autosufficienza. Beatrice, dopo l’infortunio, decide di assistere suo marito a casa e, sola, lontana dalla terra e dalla famiglia di origine, con le figlie lontane all’estero, assume su di sé tutta la gestione assistenziale e la cura di suo marito.

Alessia è l’assistente sociale della Sede Inail competente per l’infortunio di Giuseppe e accompagna Beatrice nel percorso di cambiamento che con l’infortunio ha inizio, offrendole orientamento, indicazioni, accoglienza e, soprattutto, ascolto. Alessia, figlia unica, lontana dalla terra e dalla famiglia di origine, ha un marito e dopo tre anni anche un figlio. Alessia ha anche un padre Gianni, vedovo che, di anno in anno, diventa più fragile e non autosufficiente.

Per Beatrice l’infortunio del marito è stato un disastro. “Giuseppe era sempre molto attento, non faceva fare le cose pericolose ai ragazzi, era molto prudente. Aveva molta responsabilità verso gli operai. Usava le misure di sicurezza, piuttosto ci metteva un’ora in più per fare bene il lavoro ma non rischiava. Non aveva eccesso di sicurezza ma sempre molta prudenza, conosceva il pericolo e come arrivava. La sua paura era che succedesse qualcosa ai suoi ragazzi, su cui vigilava: diceva preferisco a me che a loro. Quando Beatrice lo vide al CTO si sentì persa, non sapeva cosa fare, si sentiva annegare. Quando le dissero che era in coma si sentì mancare la terra sotto i piedi. Poi, quando si tratta del cervello, è sempre un grosso punto interrogativo. All’inizio, ricorda, c’è lo smarrimento, poi impari a convivere con la pena di vederlo com’è e ricordarlo com’era. Poi cerchi di andare avanti per i figli ed i nipoti, ma se no verrebbe voglia di finirla lì.

Per Alessia la malattia di suo padre, Gianni, è stato un cammino molto difficile. Ai problemi di cuore si era aggiunto nel tempo tutto il declino cognitivo determinato da piccole e continue ischemie che danneggiavano irreparabilmente il suo cervello. «Il cuore di suo papà è un cuore a fine corsa.» È stata questa la frase che proiettò, anzi, scaraventò Alessia nella consapevolezza di qualcosa che si avvicinava al suo termine. Anche Alessia sentì la terra mancare sotto i piedi. Gianni, 78 anni, aveva una tempra forte e una presenza tenace, testarda, autonoma. Era un maresciallo dei Carabinieri in congedo. «È come una coperta troppo corta», le disse un altro medico in uno dei tanti accessi al pronto soccorso: compensi il cuore e scompensi i reni, compensi i reni e scompensi la coagulazione del sangue, compensi la coagulazione e scompensi l’acido urico, compensi l’acido urico e scompensi la pressione, e così via. Così Alessia si è trovata di fronte alla necessità di accogliere una nuova immagine di Gianni, come di una persona vulnerabile, che non può più stare da sola, che ha bisogno di aiuto e conforto, e decide di averlo vicino a sé assumendo, con l’aiuto di una assistente famigliare, la gestione e la cura del padre. Un «carico» assistenziale ma anche emotivo, molto intenso, permeante.

Gianni è morto il 2 maggio 2020, in Ospedale, positivo al Covid, solo.

Due mesi fa Beatrice chiama Alessia per farle sapere che Giuseppe è morto il 3 novembre 2020. Beatrice, nel 2013 si era trasferita con Giuseppe in Svizzera, dove risiede una delle figlie. Lì hanno avuto la possibilità di trovare una struttura con una organizzazione semi residenziale che ha consentito a Giuseppe di passare alcuni giorni della settimana in struttura ed alcuni a casa, alleviando il carico assistenziale di Beatrice. Due mesi fa Giuseppe, risultato positivo al Covid, è stato ricoverato in un Ospedale in Svizzera. Le sue condizioni sono apparse ben presto molto critiche.

Quando Beatrice chiama Alessia, le racconta che quando il personale sanitario si è reso conto delle condizioni di Giuseppe, ha deciso di dare a lei e le figlie la possibilità di passare con lui le ultime ore di vita, permettendo loro di stargli accanto, di aspettare insieme gli ultimi respiri. È un racconto che parla di separazione ma anche di possibilità e gratitudine.

Alessia, sino a quel momento presente al racconto di Beatrice ed in contatto con le sue emozioni, d’improvviso entra in contatto con le proprie e con il dolore di non aver avuto la stessa possibilità, lo stesso dono. Questa mancanza si affaccia prepotentemente durante questa telefonata e si accorge di non essere più con Beatrice ma di essere dentro sé, accanto al proprio dolore, alla propria perdita ed al senso di ingiustizia nella privazione di un accompagnamento ed un saluto al quale si preparava da tanto. Ed in quella telefonata non è stata più in grado di dire nulla.

Questo accade nel lavoro con le persone: che a volte si intreccino storie, emozioni, vissuti. Storie dentro le storie. Intrecci ed emozioni da dipanare e su cui lavorare per dare il giusto spazio, il giusto ascolto e la giusta distanza a quella di ognuno dei protagonisti. Ognuno nel loro ruolo e umanità.

A.V.C.Piemonte


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.