Ascoltare, una cosa che possiamo fare. Sempre

Ormai da più giorni sono in smart working. Una delle poche cose certe, per il momento, è il trasferimento di chiamata, sul mio cellulare, delle telefonate che arrivano al mio numero diretto, nel Comune nel quale lavoro. Questa situazione ci ha colto tutti di sorpresa.

Il cellulare sembra impazzito, squilla in continuazione. Chi ha bisogno della spesa a domicilio, chi non sa come pagare l’affitto, chi chiede i buoni spesa e chi l’assistenza domiciliare per un parente anziano rimasto solo, chi deve fare l’istanza per il bonus maternità.

Squilla ancora.

È una signora di mezza età (intuisco dalla voce) che vuole l’Assistenza Domiciliare Integrata per la figlia. Spiego che per l’ADI deve chiamare l’ASP (Azienda pubblica di servizio alla persona) e fornisco il numero di telefono. La signora insiste, un po’ agitata, dicendo che la figlia deve fare un prelievo di sangue e ha bisogno dell’ADI.

Provo a spiegare che l’ADI non può essere attivata il prelievo e  la invito a rivolgersi al suo medico curante, del quale mi dice il nome. Non lo conosco, perché la signora non abita nel mio Comune. Un po’ mi sento sollevata, confesso, perché, anche volendo, non posso proprio aiutarla… Un problema in meno da risolvere, penso.
Le dico anche che può provare a chiamare l’Ufficio di Servizio Sociale del suo Comune, per vedere se c’è un servizio che preveda i prelievi del sangue a domicilio.
A quel punto la signora non riesce più a contenersi e butta fuori tutta la sua amarezza, il suo senso di solitudine e di impotenza di fronte alla malattia della figlia, affetta da disturbi mentali. E così comincia a raccontarmi la sua vita di dolore: il marito venutole a mancare tanti anni fa, una figlia che ha rischiato di morire per un problema ai reni ed è riuscita a salvarsi grazie a un delicatissimo intervento d’urgenza, l’altra figlia che vive in casa con lei ed è in quelle condizioni di salute.

E  lei, sola!

Parla almeno per dieci-quindici minuti di fila, la signora; non risparmia dettagli e circostanze. Parla. Adesso è stanca, però, e non capisce come mai non ci sia nessuno che vada a casa sua per fare un prelievo alla figlia.
Alla fine si congeda, un po’ più calma di quando le ho risposto al telefono.
Non mi ha detto neanche il suo nome e io non l’ho potuta aiutare. Ma ho fatto per lei l’unica cosa che un assistente sociale può, e deve, fare sempre, di presenza o al telefono, se ha risorse economiche o se non ne ha, se ha tempo o se è oberato di lavoro. L’unica indispensabile e insostituibile: ASCOLTARE.

S.R. Sicilia
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Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Anche in questi difficilissimi giorni.