Allen Iverson e Pamela

Offriamo assist come fossimo Allen Iverson all’epoca dei Philadelphia 76ers, e purtroppo certe storie difendono forte e sporco come il Dennis Rodman dei Detroit Pistons.
E’ anche per questo che certe vittorie sono così belle.

Primo tempo
Pamela ha compiuto 18 anni nel luglio dello scorso anno.
Tre anni e mezzo fa suo papà non c’era, era detenuto all’estero, sua mamma non era in grado di prendersi cura di lei, aveva appena tentato il suicidio.
Erano quattro fratelli di una famiglia più numerosa, e quella stessa mattina dovevano trovare un tetto. Pamela era la più grande dei quattro.
Gli altri che mancavano, più grandi di Pamela, non erano in grado di dare un aiuto: Erano già supportati, due di loro anche inseriti in una comunità educativa. Conoscevo tutti da più di dieci anni, avevo svolto ogni possibile intervento di supporto eppure, nonostante tutto quello che si era potuto fare in anni di lavoro, quella mattina, in poche ore, bisognava ricalcolare tutto un percorso.
Dopo aver setacciato le comunità del Centro Italia per trovare la soluzione migliore per loro, riuscii ad inserire i quattro fratelli a coppie: le sorelle, più grandi, in una comunità, i fratellini, più piccoli, in un’altra.
Andai a prendere i piccoli a scuola, spiegai loro che la mamma non stava bene e li affidai agli educatori della prima comunità. Erano scossi, ma riuscii a tranquillizzarli spiegando che la mamma si sarebbe ripresa… me lo avevano detto dall’ospedale.
Andai a prendere la sorella di Pamela, che stava alle medie, e le spiegai quello che era successo. Andammo poi assieme a fare una valigia per lei ed una per la sorella e poi a prendere Pamela. Fuori dalla macchina, nel sole di marzo, dissi anche a lei cosa era successo ed iniziai con loro a parlare del futuro.
La comunità era un passaggio obbligato, poi avremmo visto insieme cosa fare. Quando le accompagnai nella nuova comunità mi fermai un po’ con loro, le aiutai con i bagagli.
Tornai a casa un paio d’ore dopo rispetto a quanto avrei dovuto, portandomi dietro il pensiero delle variabili che, a partire da quel giorno, avrebbero influito sulla vita dei quattro ragazzi.

Secondo tempo
Pamela era la più introversa del nucleo familiare. Anche gli operatori domiciliari mi dicevano che non sapevano cosa pensasse davvero. Io stesso, che ormai li sapevo leggere come libri aperti, con lei dovevo giocare a poker ed intravvedere spiragli per capirla.
I fratelli erano sempre stati legati tra di loro, e con il lavoro delle comunità siamo riusciti a mantenere forte questo legame.
Il padre, tornato poi in Italia, ha anch’esso riacquisito un legame con buona parte di loro, legame che a un certo momento era perso in modo quasi totale.
La madre, dopo quell’episodio, ha aperto nuove pagine di vita, piene di curve e controcurve, che non sempre l’hanno avvicinata ai figli. Ha fatto scelte discutibili, legittime, segnanti. Le scelte, l’autodeterminazione, il vivere la vita. Mai giudicato nessuno, solo lavorato per far stare bene i ragazzi.
Col passare del tempo Pamela ha capito che sarebbe stata essa stessa artefice della sua fortuna e della sua vita. Ha studiato, ha aderito alle opportunità che le abbiamo potuto offrire, ha discusso con me del futuro, tante volte, di quello che le mancava, di quello che aveva bisogno, di ciò che aveva, delle consapevolezze che mano a mano conquistava.
E poi il suo percorso, così diverso, ma così uguale a quello di tanti ragazzi: lo studio, gli amici, i propri spazi, l’amore di una fidanzata. Prorogo l’inserimento in comunità fino al 19esimo anno di età per permetterle di terminare la scuola nel contesto che l’ha protetta e facilitata in questi anni. Gli esami che vanno bene, bene bene. L’essere pronti per il passo successivo, che va fatto, ma farlo con consapevolezza è ciò che fa la differenza.

Terzo tempo
L’accesso al “gruppo appartamento” in cui viene inserita il mese scorso. Lo andiamo a vedere insieme, con l’operatrice della Comunità che l’accompagna e quella del “gruppo appartamento” che l’aspetta. La casa è pulita, il balcone, la stanza singola. Il gestirsi, la ricerca del lavoro, che suggellerà la sua indipendenza.
Questa storia non ha ancora una fine: la stiamo scrivendo, in questi giorni d’estate, progettando l’inverno ed i tempi necessari. Ci sono sorrisi, c’è una fretta calma nel capire cosa fare. Non abbiamo mille risorse, dobbiamo scegliere ogni passo sapendo che dobbiamo sfruttare al meglio ogni opportunità.

Quarto tempo
Mi torna in mente il mio allenatore di minibasket, un giorno in cui eravamo soltanto in sei a giocare una partita ufficiale. “Tu sei quello con più fiato e quindi oggi, se riesci, giochi 40 minuti. Finché ne hai stai in campo, regolati con lo sforzo e se ne avrai bisogno chiedimi il cambio”. Manco a dirlo, il cambio non lo chiesi. Avevo tipo 7 anni, ma quelle parole e quella gara – che peraltro vincemmo – me la ricordo ancora.
La vita, e le storie personali che seguiamo, non hanno né cambi, né rewind. Se fai bene guadagni punti, se sbagli prendi canestro.
“Dobbiamo giocare ogni partita con intelligenza, dobbiamo giocare ogni singola azione con intelligenza”.
“Bisogna trasformare i problemi in opportunità”, mi disse poi, negli spogliatoi. E’ quello che faccio giornalmente con i miei ragazzi ed in generale con le persone con le quali lavoro.

“Occhi aperti ed evitiamo cazzate”, penso quando vedo Pamela, perché basta un errore a rimettere in discussione un risultato che ci stiamo guadagnando giorno dopo giorno.
Ma l’altro ieri, nel giorno del suo 19esimo compleanno, glielo ho detto: “Continua così, perché stiamo vincendo la nostra partita”.

F.B.


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.