A Giuseppe che dava e cercava rispetto e umanità

Nel corpo di Giuseppe potevi vedere Mauthausen. Nelle sue ossa gli sconnessi scalini della Scala della Morte percorsi migliaia di volte con altri prigionieri. Gradino dopo gradino. Carico di inutili sassi, su e giù, ricurvo su sé stesso.

Nei suoi occhi vedevi scorrere giovani vite di handicappati, omosessuali, zingari ed ebrei, arrivati al Campo con treni speciali e mai più tornati.

Non aveva documenti. Non gli servivano per andare sui monti a raccogliere legna per il suo amico Mario che divideva con lui casa e destino.

Non ha mai avuto una casa e men che meno la residenza.

Il cibo non gli mancava e così i vestiti. Sempre puliti, sempre quelli giusti.

Dopo essere riuscito a scappare dal Campo di concentramento di Mauthausen, risorto come Lazzaro si era rifugiato dalla sorella Franca diventata tutto il suo mondo. Franca aveva capito che il corpo di quell’uomo per vivere aveva bisogno di mantenere integra la libertà dell’anima.

Col tempo a fatica era riuscita a fargli avere un vitalizio. Per le piccole spese. Un letto pulito ogni tanto, da mangiare, qualche vestito.

Quando gli anni cominciarono a pesare per tutti e due, Franca  chiese aiuto all’assistente aociale del Comune. Aveva capito che a Giuseppe serviva una mano in più.

“Tu stai bene? Vuoi che ti porto un caffè” si sentiva chiedere l’assistente sociale le volte che lo riceveva nell’ufficio del Comune.

Un inverno l’assistente sociale lo convinse finalmente  ad accettare la residenza fittizia concessa dai servizi sociali.

Per avere diritti civili – gli disse – la carta d’identità per farsi riconoscere, un medico per farsi curare,  un posto per dormire quando è troppo freddo per stare su nei monti.

Le residenze presso i servizi sociali del Comune erano piene e si cercò  presso un’associazione che segue i senza fissa dimora.

Bastava un messaggio lasciato all’associazione, o dalla sorella e lui arrivava puntualissimo. Le parlava orgogliosamente del vitalizio che lo Stato gli aveva concesso in quanto prigioniero.

Unico riconoscimento ufficiale della sua resistente esistenza.

Anche la pensione sociale? No grazie! Avrebbe dovuto rinunciare al vitalizio. “Non si può tradire il passato” le ripeteva con garbo.

Luigi dell’associazione, il giorno più freddo di quel gennaio, lo chiamò.  “c’è da ritirare una notifica della Questura a tuo nome”.

Giuseppe era un ricercato!

Avrebbe potuto dare la lettera all’assistente sociale, avrebbe potuto cercarsi un avvocato.

Nulla! Grazie alla residenza i Carabinieri lo avevano finalmente trovato e portato in prigione.

Troppo tardi, ma grazie al Maresciallo dei Carabinieri, l’assistente sociale conobbe il contenuto della missiva.

Cinque anni prima, Giuseppe, era stato scoperto mentre cercava di rubare una coperta da un camion di una ditta di traslochi. Era stato processato in contumacia e condannato a scontare quattro mesi di prigione.

Giuseppe  mite e generoso, non ha opposto nessuna resistenza e anche per i carabinieri ha avuto parole gentili e consolatorie, come le aveva sempre per l’assistente sociale che non avrebbe mai voluto che finisse in carcere.
La residenza, insieme ai diritti civili gli aveva portato i doveri di cittadinanza.

Giuseppe è sempre stato un fuggiasco. Fuggiva dai pericoli per la sua vita, dalla violenza, dalla repressione. Dava e cercava rispetto e umanità.

Dal carcere il Giudice gli ha concesso gli arresti domiciliari presso la residenza, ma all’associazione i carabinieri si sentirono dire: “Questo è un ufficio, non è un alloggio”.

Questa volta il trasferimento fu per il carcere più duro di Marassi. Giuseppe finì  in una cella con sette tossici che cercava di rabbonire “Coraggio ragazzi! Forza! Ce la farete”.

Intanto l’assistente sociale chiedeva all’Amministrazione un inserimento alberghiero dove il giudice  potesse concedere di terminare la pena agli arresti domiciliari. Passò un mese e così fu.

L’assistente sociale aveva trovato la disponibilità di un albergo e lì Giuseppe  ha trascorso  il ‘carcere’ più bello della sua vita coccolato da tutti. Albergatrice, dipendenti, ospiti… Tutti imparavano da lui la leggerezza di una vita gentile.

Quando liberato e libero è andato via, era di nuovo estate e il suo amico Mario lo aspettava per raccogliere legna e funghi nei monti dietro la città.

Giuseppe si fidava dell’assistente sociale che anni dopo lo ha inserito in  una residenza non più fittizia di un alloggio condiviso con altri anziani.

Un giorno di primavera, nel letto di una Struttura Residenziale,  ha finito i suoi giorni terreni salutando l’assistente sociale  sereno, con gli occhi che brillavano di gratitudine.

R.M. Liguria


Le storie pubblicate sono testimonianze dirette o raccolte, di vicende personali e/o professionali degli assistenti sociali. Non hanno la pretesa di essere esempi universali, né di suggerire soluzioni, ma di raccontare, per chi scrive, cosa significhi questo lavoro. Nelle emergenze nazionali e mondiali e nella quotidianità che, per questa professione, è sempre emergenza.