“Le case famiglia non sono carceri. Sempre ascolto e fiducia”.

“Ogni volta che la cronaca investe anche l’operato dei servizi sociali, ci interroghiamo su quello che potrebbe non aver funzionato o su cosa si sarebbe potuto fare meglio. Ma, ogni giorno, nella nostra professione dobbiamo far funzionare le cose e fare al meglio quello che dobbiamo e possiamo per ogni fragilità che arriva alla nostra attenzione”.
E la cronaca torna a chiamare con il caso delle due sorelle adolescenti, Alisya e Sarah, che si sarebbero allontanate una settimana fa da una struttura protetta in Abruzzo, caso per il quale “Morning News” di Canale 5 chiede l’intervento della presidente Barbara Rosina.
Mentre proseguono le ricerche, gli inquirenti indagano su un eventuale aiuto esterno che avrebbe facilitato la fuga e la procura apre un fascicolo per abbandono di minore da parte della casa famiglia, le domande del conduttore, Dario Maltese, vertono sull’ascolto delle ragazze – vengono mostrate le lettere che la sedicenne Alisya ha indirizzato alla madre – e sulle misure di sicurezza della struttura protetta.
“L’ascolto è fondamentale – dice Rosina – e in questo è indispensabile la collaborazione di assistenti sociali, psicologi, educatori, magistrati. Nel sistema di tutela la volontà dei ragazzi e delle ragazze è un elemento molto importante e viene ascoltata con crescente attenzione, soprattutto quando si avvicinano alla maggiore età. Tuttavia non è l’unico elemento che guida le decisioni. Le valutazioni devono sempre tenere insieme desideri espressi, bisogni di protezione, relazioni familiari e quadro complessivo della situazione. Occorre comprendere se ciò che una ragazza desidera in quel momento coincide anche con ciò che meglio tutela il suo benessere e la sua sicurezza nel medio e lungo periodo”.
Quanto alle misure di sicurezza, la presidente Cnoas ricorda che le case famiglia “Non sono carceri, non hanno grate alle finestre o telecamere o allarmi. La permanenza, sempre momentanea in queste strutture, dovrebbe essere basata sulla fiducia e partire da una necessità di protezione. Nelle nostre case non mettiamo le telecamere per controllare i nostri figli. Ora – conclude – la priorità è avere la certezza che le ragazze siano al sicuro e che tornino presto in un luogo che protegga la loro crescita e le difenda da pericoli che forse non sono capaci di individuare. Ascoltare e decidere per il loro meglio e, se ci sono stati errori, superficialità, lo deciderà chi indaga. Dopo. Prima Alisya e Sarah”.

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