L’AI e noi assistenti sociali: quell’intelligenza non può conoscere persone e vite

“Quando si svolge la professione di assistente sociale, la conoscenza si costruisce mentre la vita continua. Le persone cambiano, gli elementi raccolti acquistano significati diversi, una lettura che sembrava convincente può essere rimessa in discussione. Per decidere, proporre un aiuto e motivare una valutazione occorrono elementi sufficienti e verificati. Se mancano, è necessario approfondire e fare ulteriori colloqui o visite domiciliari.
L’intelligenza artificiale generativa (AI) può entrare in questo processo quando, ad esempio, le affidiamo gli appunti di un colloquio, dopo aver reso anonime le informazioni, perché li organizzi in una relazione (…) Ma la facilità con cui otteniamo un testo ordinato e completo ci pone una questione: come riconoscere, dentro quella scrittura, la differenza tra ciò che abbiamo compreso e ciò che suona soltanto convincente?”.
Con un articolo su “Dromo, Rivista per il terzo pensiero”, la presidente Barbara Rosina e la consigliera nazionale Carmela Francesca Longobardi insistono su opportunità e rischi nell’uso di un’intelligenza che non conosce davvero le persone, le vite nelle quali ogni assistente sociale interviene.
Richiamando il testo “Le storie uniche che l’AI non conosce”, di Alessandra Cascio e Gianmario Gazzi della Fondazione Nazionale pubblicato sulla rivista “Lavoro Sociale” dello scorso giugno, Rosina e Longobardi insistono sul fatto che una cosa è mettere in ordine gli appunti, un’altra è scrivere un documento. E, ribadiscono, il tempo risparmiato a mettere ordine, non si deve tradurre “in un aumento delle famiglie assegnate o in una riduzione del personale”.
“Per il Consiglio nazionale dell’Ordine assistenti sociali (Cnoas) – scrivono – (…) se un ente introduce uno strumento per redigere le relazioni, deve prevedere nel lavoro il tempo necessario a verificarle. Occorre confrontare il testo con gli appunti, distinguere ciò che la persona ha detto da ciò che il sistema ha aggiunto e controllare su quali elementi si fondano i giudizi. Se mancano elementi, può essere necessario tornare dalla persona, anziché completare la relazione come se avessimo già compreso tutto. Si tratta di un tema di responsabilità”.

Perché, concludono, una cartella può essere perfetta, ma può non contenere quello che serve per decidere, proporre un aiuto e motivare una valutazione.

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