Il tetto dell’alleanza tra noi e Maria. Dalla paura alla fiducia

Maria la incontriamo in una mattina tesa, di quelle in cui l’aria sembra ferma e ogni parola pesa più del dovuto. Lo sfratto è esecutivo. La casa in cui vive con il suo bambino di cinque anni non è più quel luogo custode di storia, identità e affetti, ma un posto con una data di scadenza.

Quella casa Maria l’aveva occupata abusivamente, scelta dettata dall’urgenza di garantirsi un tetto e operata in una condizione di estrema fragilità e solitudine.

La necessità della Prefettura e della Questura di procedere allo sgombero e al ripristino della legalità era pienamente legittima e inderogabile, ma dietro quella situazione vi era anche la storia di una madre sola, spaventata e priva di alternative reali e percepite.

Per lungo tempo Maria non aveva chiesto aiuto ai servizi sociali. Temeva che esporsi significasse rischiare di perdere il bambino – i media e non solo che etichettano le assistenti sociali  come “quelle che tolgono i figli” genera paura ,  timori e pregiudizi nei nostri confronti, scoraggiando le famiglie ad avvicinarsi al servizio, determinando in questo modo un grave danno  in termini di mancata tutela, supporto e prevenzione –  Così aveva affrontato da sola mesi di precarietà, paura e isolamento, fino a quando l’intervento delle istituzioni ha reso inevitabile l’avvio di un percorso di accompagnamento e tutela.

Il servizio sociale, a questo punto, interviene su segnalazione della Prefettura e della Questura, che dispongono lo sgombero immediato dell’immobile, sottoposto a sequestro penale con termini inderogabili e a breve scadenza. La difficoltà maggiore per noi non è stata soltanto individuare una soluzione abitativa, ma soprattutto costruire un’alleanza con Maria.

La donna è diffidente, provata da mesi di solleciti, telefonate, sopralluoghi della polizia locale e promesse non mantenute da parte del padre del bambino. Alterna momenti di rabbia a lunghi silenzi. Ha paura di perdere tutto, soprattutto suo figlio, il suo unico punto fermo.

Concordare un progetto personalizzato per lei e per il bambino è stato un lavoro lento, fatto di colloqui, spiegazioni ripetute, rassicurazioni e condivisione. È stato necessario aiutarla a comprendere che il percorso proposto non rappresentava una sottrazione, ma un accompagnamento; che accettare un sostegno non significava fallire come madre e come persona.

Insieme è stato definito un progetto: prima l’individuazione di un’abitazione sostenibile, poi l’attivazione delle misure economiche, quindi il trasloco e l’inserimento nel nuovo contesto di vita.

Non è stato semplice. Maria aveva individuato un piccolo appartamento in un quartiere diverso da quello abituale, vicino a una scuola primaria. Una scelta dettata dal desiderio di garantire al figlio una quotidianità più serena e un contesto favorevole al percorso scolastico. Tuttavia, l’alloggio richiedeva una caparra, alcune mensilità anticipate, lavori di ripristino e l’allaccio delle utenze. Serviva tempo, e il tempo era la risorsa più scarsa.

Anche il coordinamento con le altre istituzioni si è rivelato complesso. Il confronto con la Prefettura e la Questura per ottenere un differimento tecnico dell’esecuzione dello sfratto ha richiesto un costante lavoro di dialogo e mediazione.

Parallelamente è stato coinvolto il Segretariato Sociale per l’attivazione delle misure di sostegno al reddito, tra cui l’Assegno di Inclusione (ADI), mentre le associazioni del territorio sono state contattate per reperire arredi, beni di prima necessità e supporto logistico per il trasloco. Ogni passaggio ha richiesto telefonate, relazioni scritte, riunioni e raccordi continui.

Contestualmente si è lavorato con Maria sulla gestione delle risorse economiche: pianificazione delle spese, verifica delle entrate e orientamento lavorativo, con l’obiettivo di rafforzare la propria autostima e autonomia. Non sempre è stato facile mantenere la rotta. Nei momenti di maggiore sconforto Maria temeva di non farcela, di non essere all’altezza. È stato necessario contenere l’ansia, accogliere i pianti e la rabbia, riformulare gli obiettivi e procedere per piccoli traguardi. Questo percorso ha favorito nella donna il riconoscimento delle proprie competenze e risorse, contribuendo ad un progressivo rafforzamento della sua capacità di autodeterminazione.

Le risorse attivate sono state molteplici: un contributo straordinario per la caparra e le prime mensilità, il sostegno per le utenze, lavori di ripristino dell’alloggio realizzati tramite il Pronto Intervento Sociale. A tal proposito va sottolineato lo straordinario impegno umano e professionale degli operatori del Pronto Intervento Sociale, le cui prestazioni sono andate ben oltre quanto previsto dal capitolato, offrendo supporto concreto anche nelle operazioni di trasloco e dimostrando una forte sensibilità e solidarietà sociale.

Sono stati reperiti arredi essenziali: un letto per il bambino, una scrivania per i compiti, una cucina funzionante. Inoltre i volontari della Caritas hanno contribuito alle attività di trasloco. Anche la scuola ha avuto un ruolo importante, accogliendo con attenzione il bambino e monitorandone il benessere.

Il giorno del trasloco è stato carico di emozione. Le stanze erano ancora spoglie, ma luminose. Il bambino sceglieva dove sistemare i suoi giochi. Maria osservava in silenzio, con una stanchezza diversa: non più quella dell’angoscia, ma quella di chi ha attraversato una tempesta.

Oggi quella casa non è soltanto un tetto. È un luogo che restituisce dignità, stabilità e serenità. Il servizio sociale continua il monitoraggio, ma il clima è cambiato. Maria partecipa attivamente al progetto e ha compreso che chiedere aiuto è stato il primo passo per proteggere suo figlio.

In questo percorso, la complessità non è stata soltanto tecnica o burocratica, ma soprattutto relazionale: coordinare istituzioni, attivare risorse, rispettare i tempi della giustizia e quelli della fragilità umana e sociale.

Eppure, quando la porta della nuova casa si è chiusa alle spalle di madre e figlio, si è aperta una possibilità concreta: quella di una quotidianità serena, costruita attorno al benessere di una madre e di un bambino che hanno diritto a vivere e crescere in un luogo sicuro, caldo e stabile.

In vicende come questa, la Costituzione — in particolare l’articolo 3, comma 2° — smette di essere soltanto un insieme di principi scritti e diventa presenza concreta nella vita delle persone. La Costituzione è viva quando il diritto all’abitare incontra la tutela dell’infanzia, quando la dignità della persona viene riconosciuta anche nella fragilità, quando una madre e un bambino non vengono lasciati soli davanti alla perdita della propria casa.

Il lavoro di ogni assistente sociale rappresenta proprio questo: la traduzione quotidiana dei valori costituzionali in azioni reali, spesso silenziose, complesse e faticose. Ogni mediazione, ogni colloquio, ogni rete costruita tra servizi e territorio diventa un modo concreto per dare attuazione ai principi di solidarietà, uguaglianza sostanziale e tutela dei diritti fondamentali.

La Costituzione vive nelle pratiche di prossimità, nella capacità di accompagnare senza sostituirsi, di sostenere senza giudicare, di costruire opportunità anche quando il contesto appare segnato dall’emergenza.

In questo senso, i servizi sociali diventano un presidio democratico e umano: non semplici esecutori di procedure, ma strumenti attraverso cui la Repubblica realizza il proprio compito di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà, la dignità e le possibilità di vita delle persone.

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Porzia Giusy Lopolito – Puglia

*Desidero esprimere la mia più profonda gratitudine alla mia supervisora Francesca Cisternino, che con sensibilità, competenza e straordinaria umanità mi ha accompagnata nella stesura di questa storia. . A lei va il mio più sincero grazie, per aver lasciato un’impronta preziosa in questo percorso e per aver reso possibile la realizzazione di un progetto che custodirò con orgoglio.