Il filo rosso dell’auto-aiuto, dall’alcolismo alla menopausa

Quando si parla di assistenti sociali viene immediatamente alla mente l’immagine tradizionale dedicata alla gestione “del caso” o molto spesso di “molti casi” contemporaneamente: si pensa alle persone, alle famiglie che si aspettano risposte in maniera veloce ed efficace, di fronte a problematiche che sono complesse e col fatto che spesso si deve fare i conti con risorse economiche o di servizi che sono limitati.
All’interno di un piccolo Comune lomellino rivestivo il ruolo di assistente sociale che utilizzava strumenti, abilità, tecniche di fronte ad una innumerevole complessità di problematiche e si rapportava ai più svariati contesti organizzativi (ospedale, Servizi per le Tossicodipendenze, CPS…)

L’irrequietezza che si palesava di fronte alla tradizionale modalità operativa del lavoro “sul caso” o del dovermi occupare di questioni prettamente amministrative che spesso l’Ente di appartenenza richiedeva, si incrociò, nel lontano 1988, con le intuizioni e le proposte degli organizzatori e operatori della Settimana di Sensibilizzazione ai problemi legato all’alcol che frequentai a Voghera (PV). Settimana intensa, ricca di interventi non soltanto di “specialisti”, ma soprattutto di persone e famiglie che avevano affrontato o stavano affrontando la dipendenza da alcol.
Concluso il corso partirono cinque Club: tutti con sedi nelle piccole comunità locali (in parrocchia, all’asilo, all’oratorio…)

Fu un vero colpo di fulmine. Restai affascinata da una serie di intuizioni:

– l’attenzione e lo sguardo orientato non tanto verso la singola persona, ma verso le relazioni fra le persone che, vivendo la stessa problematica e le stesse preoccupazioni, potevano aiutarsi a vicenda, senza giudizio e con reciprocità, diventando l’uno il sostegno dell’altro.

– Il riconoscimento da parte della persona di possedere le capacità per il cambiamento personale. Il gruppo di auto aiuto, nel pieno del suo sviluppo, presenta un “grado di apprendimento condiviso delle abilità di aiuto”. Imparano ad aiutare, non soltanto sé stessi, ma gli altri componenti.
Un nuovo ruolo dell’operatore all’interno del gruppo: una professionalità non tanto esecutiva ma “facilitante e fluida” che consenta di far emergere i “saperi esperienziali”, che riconosca le risorse e le capacità di “farcela” e di fare anche meglio di quanto si potesse immaginare. Le parole chiave diventano speranza, empowerment, esperienze di vita, accoglienza, aumento del capitale sociale…
L’impatto sulla comunità di riferimento: i gruppi nascono nelle comunità di riferimento, le loro sedi sono nei luoghi visibili del paese, nel quartiere, nelle sedi di ASST, come ho già detto sopra. Questa è la loro forza: rendere visibile il cambiamento delle persone, delle famiglie, essere testimoni che Carlo, Mario, Rosa o Alberto – ad esempio – da sempre conosciuti come alcolisti, ora, stanno cambiando, sono tornati a lavorare, hanno ripreso i contatti con figli o fratelli che da molto non frequentavano, si impegnano nel sociale…

La dimensione del lavoro di gruppo ed in specifico l’auto-aiuto hanno definito l’orizzonte professionale della mia carriera. Dal 1988 a tutt’oggi l’auto-aiuto è stato il filo rosso del mio lavoro con le persone: un lavoro che diventa pressoché uno stile di vita, basato sul dialogo sincero con le persone, con l’ascolto e soprattutto con il “fare assieme”, senza smettere mai di mettere a disposizione degli altri capacità, competenze ed esperienze di vita nella convinzione di poter imparare dagli altri cose nuove.

Nel 1990 inizio come servitore in un Club Alcolisti in trattamento in un piccolo paese dove facevo l’assistente sociale: fu dura all’inizio perché mi sostituivo ad un servitore che aveva già qualche anno di esperienza e all’interno del gruppo.
Le dinamiche erano già ben strutturate; arrivai giovincella e formata da pochi mesi: fu una palestra speciale, diciamo che imparai tutto dai componenti e dai loro percorsi di vita compreso anche come ci si sente e quanto si debba faticare per “meritare” un posto. A testa bassa e con grande volontà, accettando le sfide che alcuni membri mi lanciavano divenni il loro facilitatore.
Rinforzai anche il mio essere assistente sociale.

Nei differenti servizi in cui ho lavorato, oltre naturalmente allo svolgimento delle competenze istituzionali, la mia attenzione si rivolgeva sempre alla possibilità di creare un gruppo di auto-aiuto.

Fu così che facilitai gruppi di genitori di tossicodipendenti nella realtà del magentino: la forza del gruppo era quella dei genitori i cui figli ce l’avevano fatta ed erano lì per testimoniarlo agli altri genitori che combattevano con la profondità del dolore.

Poi fu la volta dei gruppi di neo-mamme nella realtà consultoriale del pavese: era la condivisione della “vita nuova”: l’allattamento, la nuova relazione d’amore con il partner, i rapporti con i nonni, la lettura dei primi libri per neonati, il farsi coraggio nelle ore di stanchezza per le notti insonni e l’appoggiarsi a vicenda quando la famiglia allargata non esisteva perché la rete parentale era lontana o poco presente.

In parallelo, con la collega della Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del vogherese, nell’ambito del Progetto Adolescenti di Regione Lombardia prese vita il gruppo di auto-aiuto dei genitori con ragazzi disabili. Insieme per trovare le proprie risposte: sul suo rapporto con il/la figlia, sulle personali vicende con la scuola, gli insegnanti, sull’assenza di amici, l’incertezza di un futuro, su un fidanzamento che avrebbe potuto non esserci mai o su una vacanza all’estero negata per le difficoltà motorie.
Niente era paragonabile alla bellezza delle cene di Natale fatte tutti insieme, nel locale scelto perché più comodo e accogliente.

Ogni incontro mi ha rimandato la sensazione di autenticità delle persone, delle loro parole di esperienze biografiche e di preoccupazioni intime.
Ho anche sperimentato la rabbia per le ingiustizie che hanno affrontato e che hanno superato grazie al sostegno reciproco.

Infine, sempre nell’ambito consultoriale pavese, prende vita nel 2019 , il gruppo di auto aiuto di donne dai 40 ai 70 anni: condividiamo “il passaggio muto” della menopausa.
Il gruppo di auto-aiuto è attivo, vivace, produttivo, un punto di partenza “nella seconda metà della vita”, un tempo di riscatto per molte donne che vi fanno parte: pronte a cercare una nuova collocazione nel mondo, libere dagli orari lavorativi ( anche se alcune lavorano ancora), libere di correre qualche rischio in più, di inseguire sogni ( cinema, mostre, gite per visitare posti mai visti) e di concedersi anche qualche avventura audace.

Molte cose si potrebbero dire ancora, ma mi soffermerei su questo aspetto: l’importanza fondamentale della capacità di accoglienza che si sviluppa nel gruppo di auto-aiuto. E’ una accoglienza incondizionata, senza giudizio, rispettosa della dignità dell’altro, riservata, gentile e che si adatta ai tempi di cambiamento dell’altro. Quando qualcuno lascia il gruppo oppure frequenta una sola volta e poi lascia, le donne si chiedono subito se hanno sbagliato qualcosa, se ne hanno una qualche responsabilità e da lì ne nasce una profonda messa in discussione da parte di ciascuno.

La magia che caratterizza l’accoglienza del gruppo di auto-aiuto si può semplicemente definire nella capacità di prendersi cura del prossimo, ma con un peso mille volte più grande: proprio mentre ascolto l’altro conosco e curo anche me stesso.
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Antonella Albrigoni, Lombardia