
Abbiamo conosciuto Dacosta nel 2018: aveva 63 anni, era venuto a portare i documenti per il riconoscimento della sua malattia professionale. Lavorava in Italia dal 1989: aveva contratto un tumore dovuto all’esposizione all’amianto. A seguito della diagnosi, non avendo più potuto lavorare, faticava per pagare un affitto e aiutare la famiglia in Ghana, in particolare per sostenere gli studi dei suoi sei figli.
Quando lo abbiamo conosciuto, la malattia era già in stato avanzato e si sottoponeva periodicamente a sedute di chemioterapia. Era stato accolto in una comunità per stranieri con problemi di salute, perché non aveva soldi né una casa propria. In compenso, il suo carattere e la sua bontà d’animo gli avevano permesso di stringere amicizie qui in Italia.
È proprio uno dei suoi amici più cari, Toni, a parlarci di lui. Racconta di averlo conosciuto una domenica mattina davanti alla chiesa evangelica di Bra. Dacosta in quegli anni faceva il raccoglitore di frutta. Si recava da Saluzzo a Bra in bicicletta, con una Graziella con cui percorreva 33 km in due ore e mezza. Toni iniziò a riaccompagnarlo in macchina a Saluzzo ogni volta che poteva. Allora viveva in una vecchia cascina messa a disposizione dal titolare e che condivideva con altri connazionali. Poi trovò lavoro vicino alla casa dell’amico e andò a vivere da lui per la vendemmia. «Ogni domenica si ritirava in camera per pregare per i figli e la moglie lontani, per la chiesa e per me. E digiunava».
Poi gli fu offerta l’opportunità di un anno di lavoro in fabbrica a Torino.
Toni descrive Dacosta come un uomo di fermezza e fede: nemmeno quando arrivò il cancro dubitò mai dell’amore di Dio, sicuro che sarebbe guarito. Lottò tenace e i medici si meravigliavano di come fosse energico, sebbene la malattia si aggravasse.
A noi operatori diceva che la sua preoccupazione più grande era il futuro della sua famiglia: si domandava come sarebbe sopravvissuta quando lui non ci fosse stato più. Da qui la collaborazione tra il Gruppo Tumori professionali della Direzione regionale Piemonte e le diverse aree della Sede, per giungere in tempo alla costituzione della rendita.
Quando ricevette risposta positiva, Dacosta l’accolse come un segno della grazia di Dio. La sua forza è stata un dono per noi dell’Inail, nei mesi in cui ha frequentato i nostri uffici. Ci ha colpito la consapevolezza serena che non avrebbe vissuto ancora a lungo e la gratitudine per l’opportunità di dare un futuro alla sua famiglia.
Dacosta ci ha condotto in un percorso che non è stato verso il fine vita, ma verso la vita e la speranza: un vero esempio di resilienza.
Grazie alla rendita da lui ottenuta, la moglie ha aperto un negozio di frutta e verdura e i figli hanno terminato gli studi. Insieme all’hospice in cui era ricoverato, abbiamo organizzato il suo rientro in Ghana, dove voleva trascorrere gli ultimi giorni di vita con la famiglia. Oggi siamo ancora in contatto con i suoi figli e stiamo cercando di riconoscere la rendita ai superstiti.
Alessia Viviana Congia Torino
