
Qualche mese fa il protagonista di questa storia, ha smesso di vivere. La sua morte improvvisa ha lasciato un vuoto profondo nell’assistente sociale che lavora all’Inail e che gli è stata vicina negli anni seguiti al suo tragico incidente sul lavoro. Ecco dunque il ricordo(*) di Gabriella.
“Aveva soltanto 14 anni quando arrivò in Italia, da solo, con gli occhi pieni di speranza e il cuore colmo di sogni. Shams veniva dal Ghana, come tanti altri giovani che affrontano il mare non per avventura, ma per necessità, per il desiderio profondo di costruirsi una vita dignitosa, libera, migliore. Non aveva nessuno ad aspettarlo, ma portava con sé la forza di chi non si arrende, la determinazione di chi sa che il futuro non si riceve: si conquista.
Dopo il primo approdo al centro di accoglienza di Lampedusa, luogo di attesa e smarrimento, Shams fu trasferito ad Agrigento e poi a Bologna, una città dove avrebbe costruito la sua nuova vita.
I servizi sociali lo accolsero, lo sostennero e lui, con il suo sorriso gentile e la sua educazione, si fece voler bene da tutti. Era un ragazzo riservato ma pieno di luce, che nonostante la lontananza dalla sua famiglia, non smise mai di pensare a loro. Ogni passo avanti, ogni piccola conquista, era dedicata a chi era rimasto in Ghana. A 18 anni iniziò a lavorare: voleva contribuire, voleva restituire. Con i primi risparmi affittò una casa con altri ragazzi, un piccolo nido di autonomia e sogni condivisi. Era fiero, indipendente, pieno di vita. Aveva trasformato la solitudine in forza, il dolore in motivazione.
Nel luglio 2022 trovò lavoro come commesso in un noto negozio di abbigliamento per giovani. Era felice. Quel lavoro gli piaceva davvero: parlava con le persone, imparava, cresceva. Ma il destino, crudele e imprevedibile, gli spezzò i sogni. Una caduta dalle scale mobili del negozio mentre trasportava uno scaffale gli causò una grave lesione spinale. Shams rimase tetraplegico. In un attimo, tutto cambiò. Aveva soltanto 23 anni.
Il fratello, anche lui arrivato in Italia come minore non accompagnato, lasciò la Sicilia per stargli accanto. Divenne il suo caregiver, con dedizione e amore. Ogni giorno era un atto di coraggio, ogni gesto una prova di fratellanza profonda. Insieme affrontarono mesi di ospedale, poi il ritorno a casa, una nuova quotidianità fatta di silenzi, pazienza e piccoli gesti. Il loro legame era una testimonianza viva di ciò che significa prendersi cura, resistere, amare.
Il Comune gli offrì una casa accessibile e l’INAIL attivò un percorso di presa in carico, riconoscendo non solo la gravità dell’infortunio, ma anche la giovane età e la storia personale di Shams. Attraverso l’équipe multidisciplinare fu avviato un progetto personalizzato dove ogni intervento era pensato per restituirgli dignità e autonomia, per quanto possibile. Fu costituita una rendita che gli permise di sostenere le spese quotidiane, aiutare la famiglia in Ghana e garantire al fratello caregiver una stabilità necessaria per continuare ad assisterlo con amore e dedizione.
Come assistente sociale, ho assunto un ruolo centrale e proattivo in tutto questo percorso. Non mi sono limitata a garantire servizi: ho costruito una relazione di fiducia, basata sulla vicinanza e sull’ascolto autentico. Ho trasformato il sostegno in presenza costante, andando oltre il tradizionale rapporto assistente sociale-utente. Ogni decisione, ogni intervento, è stato guidato da una convinzione profonda: la persona non è mai solo il suo problema, ma la sua storia, i suoi sogni, la sua dignità.
Questo è il senso del nostro lavoro: restituire possibilità dove sembra esserci solo buio. E proprio questa convinzione mi ha guidato ogni giorno accanto a Shams, perché dietro la sua fragilità continuava a pulsare una forza straordinaria: la capacità di sognare. Nonostante tutto, Shams non smise di immaginare un futuro. Voleva prendere la patente, comprare una casa a Bologna, perché lui si sentiva bolognese. Aveva radici lontane, ma il cuore piantato qui.
A quasi tre anni dal grave incidente sul lavoro, sentì il bisogno profondo di rivedere la madre. Il suo corpo era fragile, ma tornò comunque in Ghana per riabbracciarla, consapevole dei rischi. Poco dopo il suo arrivo, morì per delle complicazioni respiratorie.
Quella di Shams non è una storia di rinascita, ma di memoria. La memoria di un ragazzo che ha attraversato confini, barriere, sofferenze ma ha sempre scelto la speranza. Che ha saputo tessere legami, amare e lottare. Raccontare la sua storia è un atto dovuto, perché dietro ogni numero, ogni statistica, ci sono volti, nomi, vite.
Ed è anche la testimonianza del valore del lavoro sociale: un lavoro che non si ferma alla gestione dei servizi, ma che si radica nella relazione, nella fiducia, nella capacità di credere nelle persone. Essere assistente sociale significa essere ponte tra il buio e la possibilità, tra la fragilità e la speranza. È questo che dà senso alle nostre giornate: sapere che, anche quando il finale non è quello che speravamo, abbiamo contribuito a restituire dignità, ascolto e umanità.
Shams è nei cuori di chi lo ha conosciuto, una luce di coraggio che nessuna tragedia potrà mai spegnere”.
(*)L’articolo è stato pubblicato su “SuperAbile”, la rivista dell’Inail. L’assistente sociale, Mirella Geremia, responsabile Processo di reinserimento sociale e lavorativo di Bologna, lo ha condiviso con noi con queste parole: “Quando il destino lo ha portato via, ho sentito che scrivere di lui, era l’unico modo per non lasciarlo andare via del tutto. Raccontare la sua vita è stato un gesto di amore e di memoria. Shams resterà sempre con me come esempio di forza e dignità”
