
I “frammenti lavorativi” di E.G: dal Veneto, forse diventeranno un libro, ma certo raccontano bene pezzi di vita che, nel rispetto della deontologia, gettano uno sguardo profondo sulla quotidianità di un’assistente sociale che ricorda e autoriflette.
Il testo che proponiamo è stato titolato dall’autrice
DISORDINE
Tutto ciò che era appoggiato sulla scrivania è volato per la stanza, in uno scompiglio analogo a quello che le tue urla, le tue parole un po’ scomposte e dure, stanno portando. Rimango ferma al mio posto. Do una rapida occhiata in giro. Il monitor del pc è ancora al suo posto. Sedie e tavoli non sono rotti, né completamente rovesciati (per ora, almeno). Io sono – che termine usare? – intatta (nel corpo, per lo meno).
La scena di te fuori controllo dice invece che dentro di te qualcosa si è incrinato. O forse la crepa ha solo camminato un po’ dopo l’ultimo, l’ennesimo, urto. Dovrei essere impaurita. Non lo sono. Non troppo, almeno: mantengo solo un discreto stato di allerta. Ma mi scopro insolitamente calma. Dovrei essere affannata, tutta preoccupata dei documenti che si stanno rovinando e del disordine che ci circonda. Non lo sono. Non ora, almeno: si sistemerà più tardi. Le cose si aggiustano più facilmente delle persone.
Dovrei intervenire per fermarti. Non lo faccio.
Non voglio reprimere questo sfogo, né fingere che vada tutto bene. Vorrei solo che non passassi il limite, quel limite dopo il quale tu stessa non saresti più in grado di riconoscerti, di accettarti.
Dovrei chiamare le forze dell’ordine.
Ma quando le colleghe si affacciano alla porta e mi chiedono se devono chiamare qualcuno io dico di stare tranquille, che non occorre, che va bene così. Perché? Sono pazza, sconsiderata? Credo di poter avere veramente la situazione sotto controllo? No. So bene che sto rischiando (magari meno di altre volte, però non si sa mai: garanzie non ne ho), ma prendo semplicemente una decisione, senza certezze né tempo per ponderare ulteriormente.
Prendo la decisione di non farti passare per l’umiliazione di una etichetta (“la matta che è andata fuori di testa nell’ufficio dell’assistente sociale”). Prendo la decisione di assistere a questa perdita del tuo aplomb di superficie per dirti in qualche modo che sto accettando anche questo ti te, che lo sto accogliendo, pur richiamandoti a ritornare dentro i confini del lecito e del rispetto.
Prendo la decisione di scommettere (io che odio le scommesse) sul fatto che saprai vederti, vederti da fuori, e fermarti.
Mi dispiace perché mi rendo conto che il rapporto tra noi è forse irrimediabilmente compromesso. Perché io non ho soddisfatto le tue attese o perché ho sbagliato approccio. Perché tu hai bisogno di scaricare su di me la colpa di un fallimento e, da ora, anche perché tu non potrai sopportare di guardarmi sapendo che io ho visto te in questo stato.
Mi domando come fare a raggiungerti, a trovare la strada per comunicare, senza peggiorare la situazione, senza salire nei gradini della tensione, senza ferirti ancora di più di quanto tu ti senta ferita. Nella mia testa, di sottofondo, echi di aggressività passate, che si confondono con il momento presente. Tento di rivolgermi a te, ma non so quanto lontana sei veramente. I movimenti si dispongono su due fronti paralleli, privi di simmetria. I tuoi concitati, accelerati, rumorosi, senza freni, accompagnati da numerose parole urlate. I miei per lo più lenti, uniti a poche parole, rigidi e il più possibile controllati, mirati a richiamare quella parte di te cui è sfuggito il controllo.
Ecco che decidi di andartene, tra qualche insulto e tanta disperazione. Non ti inseguo. I colleghi sgusciano dagli uffici accanto per controllare che tu sia uscita. Qualcuno chiude la porta di ingresso: non si sa mai che torni più inviperita di prima.
Qualcun altro richiama la polizia municipale: “No. Non importa. Non occorre che veniate: è andata via. … Sì, va bene, grazie.” Sono uscita anche io in corridoio, un po’ frastornata. Faccio un respiro profondo (è andata). Scrollo la testa (non è andata). Reagisco con quel mezzo sorriso che a volte mi spunta anche nelle avversità (un sorriso che vuole ridimensionare ciò che è accaduto, camuffare la confusione di emozioni che ho dentro, esorcizzare la paura e vedere il lato un po’ comico che tante situazioni umane possono avere… chissà che faccia avevo e quanto pallida sono diventata…).
I commenti si moltiplicano. Io rientro in ufficio cercando di ritornare in me, in quelle abitudini ripetute e in quelle prassi consuete che accomunano tutti i giorni di lavoro. Raccolgo gli oggetti insieme alle idee.
Scriverò dell’episodio ai miei superiori. Risistemerò l’ufficio. Mi prenderò quel poco tempo per riflettere che l’incalzare dei ritmi di lavoro mi permetteranno di prendermi. Imparerò da questa esperienza. Ma continuerò a pensare di averti persa, di aver perso la possibilità di esserti in qualche modo utile. E mi dirò: pazienza, forse altri dovranno essere i tuoi riferimenti, altri che potranno capire anche attraverso di me cosa evitare e cosa tentare; l’importante sarà che tu possa trovare i tuoi punti di appoggio, perché stai vacillando e non cammini più facilmente da sola.
