Dopo la violenza, il peso e il privilegio di stringere una mano

Arriva in Italia con un’amica, per una breve vacanza. E’ una giovane donna europea, piena di entusiasmo e di voglia di bellezza. Il tempo di respirare il profumo del mare e il giorno dopo tutto si infrange: una violenza sessuale consumata nella toilette di un locale pubblico.
Lei trova la forza – che a molti sembrerebbe impossibile – di fuggire e correre in un posto di polizia. Da lì, l’attivazione immediata del Codice Rosa e il trasferimento in ospedale.
Vengo chiamata per accompagnare e sostenere. Mi affido al processo d’aiuto, al metodo che ogni assistente sociale conosce e apprezza. Ma in casi come questi, lo si riadatta, lo si alleggerisce, lo si piega con delicatezza alla fragilità del momento. Perché davanti a una persona a cui è stata negata l’inviolabilità del corpo, ogni schema vacilla. Ogni teoria diventa fragile. I doveri delle forze dell’ordine sono necessari, ma a volte, quando la macchina della giustizia si mette in moto, rischiano di passare sopra la persona, polverizzando la sua soggettività, la sua paura. Il suo bisogno di comprensione, di aiuto, di partecipazione.

È questo il paradosso: proteggere e allo stesso tempo, involontariamente, schiacciare. Lei è sola. In un Paese straniero. In una città che doveva essere mare, libertà, ricordi belli. E invece porterà con sé una ferita indelebile. Una memoria incisa nel corpo e nella mente. Ho provato a esserci. Non con grandi discorsi. Non con protocolli. Le ho offerto un caffè, una sigaretta perché me l’ha chiesta e non l’aveva. Le ho tenuto la mano a lungo. L’ho guardata negli occhi senza fretta, senza pietà, soltanto con rispetto. Ho cercato, nel mio piccolo, di farle sentire che non era più sola. Che esiste ancora uno spazio umano dove potersi appoggiare. E per un rientro sicuro, ho mandato un taxi per il tragitto hotel – aeroporto.

Il mio è un appello, un monito, una riflessione. A chi lavora nell’aiuto: In momenti come questi, non basta sapere “cosa fare”. Occorre ricordare “come esserci”. Dietro ogni procedura c’è una storia che chiede silenzio, cura, presenza vera. Anche quando il tempo è poco, anche quando il contesto è difficile, c’è sempre uno spazio – piccolo, ma essenziale – in cui accogliere l’altro senza giudizio. Non lasciamo che la tecnica spenga l’umanità del nostro sguardo. Non possiamo permettercelo. A tutti noi, come persone: Nessuno è davvero al sicuro dalla violenza, né nei luoghi familiari né in quelli scelti per il piacere. Ma possiamo essere parte di un cambiamento, ogni giorno, con piccoli gesti: educando al rispetto, coltivando attenzione, rifiutando l’indifferenza. Perché la sicurezza di una persona non dovrebbe mai dipendere dal caso o dalla fortuna, ma da ciò che costruiamo insieme come comunità.

Non è sufficiente indignarsi dopo. Serve agire prima. Educare. Parlare. Proteggere. Io sono assistente sociale per scelta e per volontà. E ogni volta che tengo la mano a una persona ferita, sento il peso – e il privilegio – della fiducia che mi viene concessa. Perché anche nel buio più profondo, c’è sempre un modo possibile per agire. E serve coraggio – nostro e altrui – per affrontare, per proteggere, per non voltarsi mai dall’altra parte.
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R.Z.