Le reti di solidarietà e la lezione di Manduria

(fonte l’Avvenire)

Su L’ Avvenire interveniamo nel dibattito sulla guerra scatenata alle reti di solidarietà. La  lezione della tragedia di  #Manduria

Le reti di solidarietà e la lezione di Manduria
di Gianmario Gazzi *

Caro direttore,
le scrivo dopo aver letto domenica 28 aprile il  suo editoriale e l’intervista al professore Zamagni.
Le scrivo come presidente di un ordine professionale che occupandosi di   “poveri, bambini soli, disabili, carcerati, stranieri…” è anch’esso nel mirino: come la Caritas, le case famiglia, le Ong, le cooperative sociali…
Lei parla di “guerra alla solidarietà” e lancia l’allarme. E noi come assistenti sociali, ci uniamo a lei, al suo giornale e a quanti vorranno stare con noi perché se c’è chi ogni giorno addita il nemico, c’è anche una responsabilità collettiva di tanti, troppi, che non vedono o fanno finta di non vedere.
Come è successo a Manduria, per anni, per poi arrivare a scaricare la colpa viva sui ragazzi, i genitori, i servizi…
Ho pensato in questi giorni che fosse opportuno riflettere sul perché una persona affetta da malattia psichica fosse stata lasciata sola. Una prima risposta è che in questo benedetto Paese la “legge Basaglia” è rimasta sulla carta con servizi territoriali per la salute mentale dimenticati e sottodimensionati. Lo sanno bene le famiglie che da anni richiamano l’attenzione sullo stato di abbandono, fuori dai reparti per acuti, sia dei malati che dei loro cari.Non solo questo.
La storia di Manduria richiama, nelle parole dei protagonisti, all’ignoranza. L’ignoranza di chi continua a parlare di chi soffre come del “pazzo”, una persona esclusa, incompresa, ma soprattutto un po’ meno persona degli altri. Un soggetto che non abbiamo saputo difendere da ragazzi che evidentemente non hanno avuto altro da fare che bullizzare una persona fragile e sola. Uno dei genitori, in una dichiarazione afferma: “qui ci sono solo bar”.
La domanda è assolutamente spontanea, gli adulti hanno mai provato a costruire qualcosa di diverso da un bar per i loro figli? Le istituzioni sono state capaci di costruire alternative con la propria comunità? O sono esse stesse, come sembra, le promotrici dello “stato asociale”?
Ecco magari un apprendimento importante per tutti è il valore della comunità e del volontariato. È più importante lavorare insieme per costruire qualcosa di collettivo e importante in un territorio che emerge deprivato e fragile socialmente.
Manduria dovrebbe nuovamente dirci che per le persone, siano esse adulti fragili o ragazzi, serve una comunità capace di intercettare i problemi con servizi sociali adeguati, reti di comunità sensibili, volontariato sostenuto e non denigrato. Servono anche professionisti e decisori capaci di accompagnare e soprattutto prevenire.

Mi auguro, con lei che questa “solidarietà umiliata e azzannata” non possa davvero essere “smontata del tutto”.  E… che il bene vinca.

*Presidente dell’Ordine nazionale degli assistenti sociali