
Da oltre trentacinque anni lavoro accanto a persone, bambine e bambini, famiglie. Ho visto fragilità che non urlano, ho ascoltato silenzi che pesano più di mille parole. Ho sempre guidato il mio lavoro con un unico principio: il superiore interesse di piccoli e grandi, osservando le leggi, ma libera da ideologie e pregiudizi.
Ancora in questi giorni, una storia sta attraversando le cronache: una famiglia che sceglie di crescere i propri figli minorenni nel bosco. Come spesso accade, l’opinione pubblica ha subito deciso, giudicato, gridato. Eppure dietro i titoli e le immagini c’è qualcosa che nessun giornale può raccontare: il mondo interiore dei bambini, i loro diritti, la loro infanzia.
Essere genitori significa più di amare, significa costruire e garantire un contesto di vita che permetta ai figli di crescere liberi e sicuri. Libertà degli adulti e libertà dei bambini non sono la stessa cosa. La responsabilità genitoriale è un confine da non oltrepassare.
Un adulto può scegliere un percorso radicale, alternativo, lontano dai ritmi e dalle regole della società. Un bambino no.
Un bambino ha il diritto di incontrare altri bambini, di giocare, di sperimentare il mondo.
Ha il diritto di avere possibilità, non vincoli.
Privarlo di socialità, anche nel nome di una scelta consapevole dei genitori, significa chiudere finestre sulla vita, ridurre le prospettive, limitare le esperienze che formano l’identità.
Ogni bambino ha bisogno di ascolto, di contatto, di scoperta. Il silenzio che cura e il silenzio che isola. C’è un silenzio che nutre: quello dell’osservazione, della protezione, della calma. E c’è un silenzio che priva: quello dell’isolamento, della chiusura al mondo, dell’assenza di confronto. La socializzazione non è un optional: è il luogo dove il bambino diventa persona, dove impara a cooperare, a gestire il conflitto, a capire chi è fuori dal suo nucleo familiare. Privarlo di questo significa consegnarlo a una solitudine che non ha scelto e a un futuro meno capace di affrontare la vita.
Il bosco può sembrare un rifugio. Ma come garantire uno sguardo al futuro?
Può essere il desiderio di una vita lenta, autentica, pura.
Ma un bambino non può scegliere di restare nel rifugio. Il suo futuro è già un bosco sconosciuto, fatto di relazioni, opportunità, rischi, sorprese.
Come assistente sociale, la mia domanda è sempre: Che infanzia vogliamo lasciare alle generazioni future, Che adulti vogliamo che diventino, che mondo vogliamo per loro?
Un mondo chiuso, dove tutto è deciso dagli adulti, o un mondo aperto, dove ogni bambino può crescere, cadere, rialzarsi, incontrare, imparare?
Chi non conosce il nostro lavoro pensa a interventi bruschi, autoritari, superficiali. Il nostro lavoro non è forse leggere l’invisibile?
La realtà è diversa: ogni decisione è il frutto di osservazione, esperienza, confronto scientifico, ponderazione etica.
Interveniamo per proteggere, mai per punire. Interveniamo per dare possibilità, mai per privare. E sempre, sempre, per i bambini.
Non ci servono ovazioni, né condanne, ma vorrei invitare alla riflessione.
Chiedo solo di fermarsi. Di respirare.
Di riconoscere la complessità delle vite che tocchiamo, prima di giudicare.
Il bosco è un simbolo potente: può essere rifugio o prigione, libertà o isolamento. Dipende dagli occhi con cui lo guardiamo.
E noi, adulti, abbiamo il dovere di guardarlo con responsabilità: non per proteggere l’ideale dei genitori, ma per custodire il diritto dei bambini a volare.
Proteggere un bambino non significa toglierlo alla sua storia, ma garantirgli il diritto di scrivere la propria. Proviamo a custodire il futuro. Significa radici, sì, ma anche ali.
Il nostro compito più delicato, prezioso e difficile è questo: dare ai bambini il mondo, senza costringerli a restare nel bosco.
E ricordare che l’infanzia è il luogo dove il futuro inizia a respirare.
————————————————-
Rosa Zito. Sicilia
