
Sono le giornate del convegno di Animazione Sociale per festeggiare i 50 anni della Rivista, aspetto queste opportunità sempre con ansia, perché ogni volta da questi eventi trovo l’energia vitale e creativa per proseguire nel mio lavoro di assistente sociale e referente della progettazione territoriale, sono giornate di cura per me stessa, giornate che mi aiutano a guardare al futuro con nuove prospettive, e nuovi stimoli da mettere in campo.
Con ancora in testa parole come fantasia, immaginazione, cura come atto creativo, trasgressione, mi scollego in anticipo, e di malavoglia, dal convegno per passare ad un incontro che mi muove nella pancia un velo d’ansia , per l’incognita che rappresenta.
. Quattro mamme, i cui figli hanno deturpato con scritte razziste i muri esterni della biblioteca di quartiere.
. Una bibliotecaria, Alessandra, capace , accogliente, attenta, e che ha fiducia nel Servizio Sociale.
. Un incontro, per parlare dell’opportunità di un progetto di giustizia riparativa.
L’incontro mi mette ansia perché non so chi incontrerò, quali famiglie avrò davanti, e ancora prima di incontrarle, queste famiglie, già me le immagino, percepisco la loro preoccupazione, sento la loro tensione sotto la mia pelle.
Hanno accettato di incontrare il Servizio Sociale…la prima domanda è: lo avranno davvero capito? Con quale paura e pregiudizio si presenteranno dopo che la vicenda Bibbiano ha così toccato l’immaginario di tutti?
Perché questa vicenda è ancora una ferita ancora aperta in chi, come me, ha cercato in questi anni di investire sulla vicinanza, sulla presenza, sulla costruzione di fiducia, e sugli interventi di prevenzione.
E così negli incontri con le famiglie, con i volontari, con i partner del territorio, spesso sono io a dover controllare la mia paura del pregiudizio, insieme alla sindrome del dover “piacere a tutti i costi” che già dall’infanzia non mi lascia mai del tutto, e che mi ha sempre fatto sentire forte la difficoltà di amare un lavoro che ai più risulta antipatico, incomprensibile, sconosciuto.
In linea con queste mie preoccupazioni l’assetto per l’incontro voleva essere il meno spaventoso possibile, ed il pensiero dunque è stato subito quello di coinvolgere Monica, educatrice di Polo dalla straordinaria capacità di accoglienza e dallo sguardo senza giudizio, ed Emanuela , responsabile di diversi progetti all’interno degli spazi dell’oratorio di quartiere, e viso conosciuto da molte famiglie.
Obiettivo per tutte era quello di poter trasformare un evento negativo in una opportunità, comprendendo come stanno i ragazzi e le loro famiglie in un tempo così difficile come quello che stiamo vivendo, e di farlo in una dimensione di gruppo, quindi potendo lavorare prima che arrivino le singole richieste di indagine su ogni ragazzino.
E così ci troviamo lì, alle 18 di sera, otto donne in tutto, le quattro mamme collegate dai pc delle camere di quei ragazzi che attraverso il loro gesto ci fanno conoscere, e ci chiedono di essere pensati.
Tra le quattro trovo un volto amico, una famiglia che ho seguito in passato, la signora si illumina, mi saluta con entusiasmo, ci scambiamo aggiornamenti reciproci su come stiamo. La tensione si smorza, le altre ascoltano, si aprono sorrisi sui visi di tutte.
La fiducia è una catena, passa da un anello all’altro; e così questo incontro è una catena di fiducia, partita dalle famiglie verso la bibliotecaria, dalla bibliotecaria verso il Servizio sociale, dal servizio verso il territorio, e che torna alle mamme nel comprendere che una di loro ha confidenza con il Servizio.
E allora siamo tutti qui, l’incontro inizia con l’introduzione della collega della biblioteca, piano piano le mamme si esprimono, in tutta la loro preoccupazione e fatica, ma anche con una forte necessità di mostrarsi come famiglie adeguate in cui, ci tengono a precisare, tutti i papà sono presenti in famiglia, anche se non all’incontro. Si racconta dei figli, delle fatiche a cui sono sottoposti i ragazzi oggi, della noia, del senso di vuoto che avanza.
E piano piano la riunione diventa un vero scambio, di fatiche , di sentimenti , di aneddoti famigliari divertenti che vengono raccontati e condivisi, tra cui lo shock e le varie reazioni all’evento che ci vede riuniti.
Davanti agli schermi ogni tanto passa un gatto,e ogni tanto passa un figlio appunto, che subito viene arpionato per un braccio e mostrato alla webcam.
Eccolo li! Il pericoloso deturpatore di biblioteche, sotto ben 16 occhi femminili che parlano di lui, saluta con la manina che sembra tornato un bimbo, e sparisce appena può.
E nel mentre io penso che queste quattro mamme sono proprio una potenza: una italiana, due albanesi, una ucraina.
Tutte autodenunciatesi con i loro figli ai Carabinieri appena saputo dell’accaduto, tutte cresciute insieme ai loro figli in quel quartiere, che amano, e di cui vogliono i loro ragazzi si prendano cura e abbiano rispetto.
Quattro mamme diventate amiche, confidenti, sostegno reciproco, a partire dall’assunzione di responsabilità e delle proprie fragilità.
Perchè è proprio a partire dal riconoscimento di quelle fragilità che diventa possibile trasformare un evento negativo in qualcosa di generativo. La si sente passare allora quell’energia che trasforma, la consapevolezza di aver fatto incontri che ti cambieranno, arricchendoti di nuove possibilità.
Ci si attarda a salutarsi, anche se è quasi ora di cena.
Ci si lascia con una nuova progettualità sui ragazzi, che partirà dai loro interessi, e li coinvolgerà nella cura di alcuni luoghi del quartiere a partire dall’Oratorio;
ci si lascia con la voglia di risentirsi, e così ci scambiamo numeri e mail;
ci si lascia con la consapevolezza di non essere soli, ma di essere parte di una comunità che condivide le fatiche, che sostiene chi inciampa, e che si interroga sui propri giovani;
ci si lascia forse con un po’ meno paura del Servizio sociale…ma questo probabilmente serve a rassicurare solo me.
—————————————–
S. I. Emilia Romagna
