
Se provate a scrivere “Giulia Todaro” su un motore di ricerca, verrete indirizzati per circa due pagine a siti di cinema, case di produzione, book fotografici e social con migliaia di follower. Perché Giulia, prima della pandemia era un’attrice, una ballerina, una modella.
Bisogna scavalcare le prime 13 notizie per arrivare a… “Giulia Todaro, assistente sociale”, quello che Giulia è orgogliosamente oggi. Si è seduta a una scrivania davanti a un computer e ci ha raccontato la sua scelta.
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Prima di intraprendere questo cammino, la mia vita aveva preso un’altra direzione. Avevo scelto di fare l’attrice, di esplorare il mondo del cinema e del teatro, dove avevo avuto l’opportunità di sperimentarmi in contesti che mi permettevano di raccontare storie, di indossare diverse maschere, di vivere mille vite. La scena mi dava un’emozione indescrivibile, una sensazione di libertà che solo chi ha respirato l’aria del palcoscenico può comprendere. Ogni personaggio che interpretavo mi arricchiva, mi faceva crescere, mi insegnava qualcosa di nuovo su me stessa e sugli altri.
Ma la pandemia, con il suo silenzio improvviso e le sue restrizioni, mi ha costretto a fare i conti con una realtà che mai avrei immaginato. La cultura e l’arte, che avevano sempre rappresentato il mio rifugio e la mia passione, si fermarono. Il mondo che conoscevo, quello fatto di luci, applausi e platee affollate, era diventato improvvisamente distante, quasi irraggiungibile. In quel vuoto, dove il palco e le telecamere non avevano più voce, iniziai a cercare dentro di me una risposta, qualcosa che riempisse quel silenzio. Fu in quel momento di riflessione che mi resi conto che, nonostante la bellezza e l’importanza dell’arte, mancava un tassello fondamentale nella mia vita: il servizio sociale. Vedevo la sofferenza intorno a me, la distanza tra le persone, la solitudine che cresceva di giorno in giorno. Sentivo che, per quanto il mio lavoro come attrice fosse potente nel raccontare storie, non potevo più ignorare questa nuova esigenza. Così, con il cuore pieno di dubbi, ma anche di una grande voglia di dare un senso più profondo al mio cammino, decisi di intraprendere un nuovo percorso, quello che oggi mi ha portato a essere una professionista del servizio sociale. Ho compreso che, se voglio davvero fare la differenza, non basta soltanto osservare, ma bisogna agire, intervenire, supportare. Era il 2020 quando, il mondo intero stava affrontando una prova senza precedenti, e in quella tempesta di paura e incertezze, decisi di non arrendermi. La forza di sognare, di lottare, di credere che fosse possibile fare la differenza, non doveva morire.
E mi sono iscritta all’università.
In mezzo alla confusione e alla distanza sociale, i libri diventarono il mio rifugio. Pagine che parlavano di giustizia, di speranza, di cambiamento. Ogni parola mi dava la forza di andare avanti, mi ricordava che la lotta non era solo contro la pandemia, ma contro ogni forma di ingiustizia, contro il vuoto che tante persone, troppe, vivevano nel silenzio. Era un mondo nuovo, fatto di empatia, di ascolto e di solidarietà, e sentivo che quel mondo, che sembrava lontano, ora era nelle mie mani. In quel buio, i libri mi avevano trovato, e mi avevano offerto una luce.
Fin dalle prime lezioni, capii che ero nel posto giusto. Non era solo il servizio sociale, era un modo di vedere la vita che mi apparteneva profondamente. Un mondo in cui, contro ogni difficoltà, la speranza può fiorire, in cui non esistono disuguaglianze, né giudizi né abbandono. Era una missione, non un semplice percorso accademico. La doppia lente del servizio sociale mi permise di guardare il mondo non soltanto con gli occhi del bisogno, ma anche con quelli del cambiamento. E fu lì che capii che non eravamo solo professionisti dell’aiuto, ma agenti di trasformazione, pronti a dare voce a chi spesso rimaneva nell’ombra.
E così, dopo tre anni di studio intenso, arrivò la laurea con 110 e lode, e una menzione alla carriera. Un traguardo che non era solo il mio, ma di chi aveva creduto in me, di chi aveva lottato insieme a me per un sogno che sembrava impossibile. La mia tesi, “Nuovi bisogni post-pandemia: strategie di intervento per il Ben-essere a scuola”, rifletteva tutto ciò che avevo imparato. Perché quella pandemia ci aveva cambiato, ma aveva anche rivelato un bisogno di maggiore attenzione verso i più fragili, soprattutto tra gli adolescenti. E fu proprio questo tema che mi coinvolse in una pubblicazione con alcuni professori, una ricerca che mi portò a capire che, se vogliamo davvero fare la differenza, dobbiamo partire dai bisogni più nascosti, da quelli che a volte non vediamo, ma che sono la chiave per ogni cambiamento.
Superato l’esame di abilitazione, il mio cammino proseguì a ritmo veloce. A due mesi dalla laurea, entrai in una cooperativa sociale, la OSA, dove ogni giorno ho potuto mettere in pratica ciò che avevo imparato, ma anche quello che sento dentro, quell’energia che mi spinge ad andare oltre, a non fermarmi mai. Ogni sorriso che ricevo, ogni passo che faccio con gli altri, è una conferma che tutto è possibile, che la lotta, lo studio e la fede nei sogni sono la chiave per non arrendersi mai. E quando, poi, dopo il concorso al Comune di Palermo, entrai tra i vincitori, capii che, nonostante le difficoltà, avevo davvero vinto la mia battaglia, una battaglia che non è mai stata solo mia, ma di chi ha creduto in me e in ciò che faccio.
Oggi, mentre continuo il mio percorso, penso a quanto sia importante non fermarsi mai. La pandemia ci ha insegnato che nulla è scontato, che i sogni vanno coltivati con fatica, ma anche con coraggio. Non dobbiamo mai dimenticare che, anche nei momenti più bui, possiamo trovare la luce. E che quella luce, spesso, è nascosta dentro di noi. Lottare, studiare, credere nei propri sogni: è questo che ci permette di andare avanti, di costruire un futuro migliore, per noi e per gli altri.
Giulia Todaro, Palermo
