Da Rosa che ha imparato ad essere madre a Romina…

 

Ricordo come fosse ieri quel 4 gennaio, quando arrivò la telefonata dei Carabinieri. Mi dissero che dovevo intervenire a casa di Rosa e Francesco dove era in corso l’ennesima lite, accesa, violenta, dentro un divorzio che da tempo non era più stato solo una separazione, ma una guerra. In casa c’erano anche i figli, Giada, nove anni, e Luigi, sette.
Quando sono entrata, la tensione era stata densa, quasi si fosse potuta toccare. Sulla tavola, però, c’era ancora stata la colazione: una torta fatta in casa, bella, curata, come se quella mattina avesse dovuto essere una mattina normale. Il contrasto colpiva più delle urla.
Non era stata una situazione nuova. C’erano già stati episodi, aggressioni, parole e gesti che avevano superato più volte il limite.
Con lo psicologo abbiamo valutato sul momento la necessità di proteggere i bambini. Non era stata una decisione leggera, né improvvisa, ma in quel momento era stata l’unica possibile. Mi ero avvicinata a Rosa, l’avevo guardata negli occhi e le avevo detto con calma:
«Lei sa che è la cosa giusta per i bambini. Mi aiuta a preparare alcune cose per loro?»
Rosa mi ha fissata. Nei suoi occhi c’erano paura, smarrimento, ma anche una specie di appiglio, come se si fosse aggrappata a quelle parole. Poi, senza dire molto, ha iniziato a preparare le cose. Le mani si muovevano mentre le lacrime scendevano, poi ha chiamato Giada e Luigi, invitandoli a venire con me.
Era passato un anno.
Un anno fatto di lavoro costante, di colloqui, di incontri, di monitoraggio serrati del percorso dei bambini in struttura. Un anno in cui ogni passo era stato osservato, accompagnato, sostenuto. Rosa, poco a poco, aveva fatto un percorso profondo: aveva imparato a riconoscere le proprie fragilità e a vedere con maggiore lucidità ciò che aveva portato Giada e Luigi a essere allontanati.
Nel frattempo, con il nostro supporto, aveva trovato un lavoro. Aveva ottenuto una casa popolare. E, cosa non meno importante, aveva preso le distanze dal padre dei suoi figli, scegliendo di non alimentare più quel conflitto che lui, invece, continuava a cercare di mantenere vivo.
Abbiamo così deciso che era arrivato il momento per Giada e Luigi di tornare a casa.
C’era stato un patto chiaro con Rosa, semplice e fondamentale:
«Se ci sono problemi, parliamone prima che sia troppo tardi.»
E i problemi ci erano stati. Ma questa volta Rosa non è rimasta sola dentro le difficoltà: ha chiesto aiuto, si è fatta accompagnare, ha imparato — giorno dopo giorno — a essere madre in modo sempre più consapevole.
Ci ha detto grazie molte volte, nei momenti difficili, quando la vita era tornata a metterla alla prova. Ma, per me, il grazie più grande è stato un altro.
Anni dopo, quando ci eravamo trovati ad accompagnare un’altra situazione complessa, quella di Adelina e di sua figlia, Rosa si è presa la briga di parlarle. Non per raccontare una storia perfetta, ma per offrire fiducia.
Le aveva detto semplicemente:
«Fidati di loro, mi hanno aiutata tanto!»
E in quelle parole c’era stato tutto il percorso fatto insieme.
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Romina Ciaccia. Liguria