Da esperienza personale a risorsa e riconoscimento collettivo: scrivete!

Le nostre “storie” fanno scuola. Abbiamo cominciato nel 2019. qualche mese prima che il Covid cambiasse ogni vita e, proprio le storie della pandemia, raccolte in un volumetto, 
sono arrivate sulle scrivanie di chi ha in mano le sorti del Paese. Ora ci copia un ministero e un altro sta pensando di farlo.
Da allora, incessantemente, ogni domenica, abbiamo pubblicato le testimonianze che centinaia di assistenti sociali ci hanno mandato, raccontando le sfide, le soddisfazioni, le delusioni, le paure di una professione che è un pilastro della giustizia sociale in una società non sempre attenta a diritti reclamati o ignorati.
Mentre media facinorosi e politici interessati non hanno smesso di denigrarci abbiamo raccolto in un video i “Grazie” delle persone seguite e siamo stati sommersi dalle parole di chi aveva trovato nell’assistente sociale il sostegno negato da tanti, troppi, altri. Eppure tutto questo raramente arriva fuori dai nostri uffici. Troppo spesso sono altri a raccontare chi siamo. Troppo spesso lo fanno attraverso stereotipi, semplificazioni o casi estremi.
Ma attraverso le “storie” di questi anni abbiamo imparato una cosa: quando le e gli assistenti sociali prendono la parola, cambia anche il modo in cui la professione viene percepita. Perché dietro ogni fascicolo c’è una persona. Dietro ogni progetto c’è una relazione. Dietro ogni decisione ci sono dubbi, responsabilità, emozioni, studio, confronto, umanità.
Non abbiamo pubblicato racconti perfetti, né imprese straordinarie, ma pezzi di professione vissuta: un incontro che ci ha cambiato, una persona che ci ha insegnato qualcosa, un errore da cui abbiamo imparato, una difficoltà superata. Un momento di orgoglio per aver scelto questo lavoro o di paura per la propria incolumità.
Nonostante stereotipi, falsificazioni, semplificazioni, la narrazione su di noi è cambiata moltissimo. Scrivete “assistenti sociali” su Google e non apparirà più, come qualche anno fa nella prima pagina del motore di ricerca, “ladri di bambini”. Abbiamo lavorato tanto perché questo succedesse, ma tanto, tantissimo, hanno fatto le vostre storie trasformando l’esperienza personale in una risorsa e in un riconoscimento collettivo.
Tornate a scrivere, a raccontare. Per ogni professionista, per la comunità, per chi ne ha bisogno, per chi ha dubbi, per chi continuerà a descrivere una professione che non c’è. Perché le “storie”, siamo noi.