
Gennaio. Torno a casa, accendo la televisione e vedo che un poliziotto ha ucciso una persona, definita come spacciatore, a Rogoredo.
So come funziona la narrativa rispetto a fatti come questo: ci si esprime a priori sulla base della ricostruzione che si ritiene più utile. Chi lo fa di norma è a favore del poliziotto, contro una più che esigua minoranza, il resto campa senza sapere e mi sto convincendo che non sono nemmeno i peggiori.
Febbraio. Un mese dopo sento la notizia che il poliziotto che ha ucciso “lo spacciatore” è indagato per omicidio, e che il quadro giudiziario rispetto all’uomo delle Forze dell’Ordine sembra piuttosto chiaro: un assassinio con tanto di alterazione della scena del crimine da parte dell’omicida. Le ulteriori notizie parlano delle richieste di pizzo da parte di questo poliziotto, di colleghi che lo hanno coperto: fatti che andranno acclarati, ma non è questo, per me, il punto.
Gennaio, febbraio, marzo… le vicende potrebbero non avere nulla in comune, ma, quando non parla di guerra, la cronaca dei notiziari è occupata da Rogoredo e Palmoli dove c’è l’ormai famosa “famiglia nel bosco” e dove arrivano garanti e ispettori mandati dal ministro della Giustizia, oltre che tiktoker e gente a caso.
Non solo, politici di rango, diciamo dai vertici di governo alle alte cariche dello Stato, dichiarano come se nulla fosse, anzi, togliendosi l’abito scuro e indossando il dolcevita da papà.
Qualunque persona di buon senso, specie se ha una visibilità importante, si dovrebbe astenere da commenti a caldo che potrebbero invecchiare male nel giro di minuti. Sappiamo però che farsi vedere, possibilmente subito, è garanzia di visibilità. E che più si spara forte (scusate il termine) e più ritorno si ha.
Noi assistenti sociali lo abbiamo già visto e, mentre scorrono immagini dall’Abruzzo e insulti e falsità su ogni tipo di media, social in primis, il pensiero va al 2019.
La mattina in cui tutto cominciò non sapevo nemmeno dove fossero Bibbiano e la Val d’Enza. Poi lessi bene le prime agenzie e capii subito che sarebbe stato, per la professione, un fatto capace di segnare le memorie per anni, che ci sarebbe stato un prima e un dopo. Lessi post in cui la mia professione veniva definita “casta”, vidi sul palco di Bibbiano forze politiche far recitare una (falsa) madre con “figli sottratti” (madre – figurante poi arrestata e condannata per circonvenzione di incapace, autoriciclaggio ed altre belle cose, serve dire altro?), politici che parlavano di elettroshock ai bambini, altri che minacciavano che sarebbero stati gli ultimi ad andarsene da Bibbiano, salvo poi evaporare, loro, le loro testate ed i loro talk, quando sono arrivate le assoluzioni in questa storia dolorosa in cui non ci sono vincitori, ma solo vinti.
Quello che fa male a me come professionista, in questo film pieno di messaggi promozionali messi là da chi su questi fatti specula per tornaconto politico, partitico e primariamente per fini personali, è che parte dello Stato ha autonomamente e violentemente definito la mia professione come figlia di un Dio minore. Che per chi si occupa degli ultimi non è neanche un insulto, alla fine. Ma proprio perché si porta avanti un lavoro di advocacy per chi non ha voce, fa male essere presi come capri espiatori di situazioni che non possono essere riassunte in un tweet, che non devono essere esposte alla mercé di tutti.
Noi professionisti sappiamo cosa sia costato Bibbiano in termini di percezione delle persone, le maggiori difficoltà trovate nel costruire relazioni con chi aveva comunque bisogno di un aiuto. Noi professionisti sappiamo cosa significhi in termine di percezione la costante delegittimazione che una parte della politica attua giornalmente verso la nostra professione, a colpi di post e tweet, scuoiando e mettendo in pubblica piazza dal proprio punto di vista preferito un caso doloroso come sta accadendo anche oggi per la famiglia del bosco.
Il caso di Rogoredo e quelli che noi assistenti sociali abbiamo vissuto e stiamo vivendo con Palmoli, messi l’uno accanto all’altro, fanno impressione.
E non aiutano nessuno, perché – in modo opposto – finiscono per delegittimare non soltanto i professionisti coinvolti ma tutti i professionisti, additando a priori, quando c’è un episodio controverso, noi assistenti sociali come autori di nefandezze e i poliziotti come persone che non possono sbagliare, aldilà di ogni evidenza, e da rendere impunibili, aldilà della legge.
La difesa a priori verso alcune categorie, l’aggressione verso altre.
Pensare che la politica – ma non voglio generalizzare, alcuni politici (sempre i soliti?) – faccia figli e figliastri tra le persone che servono lo Stato è avvilente.
Anche io sono Stato.
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Federico Basigli, Umbria
