
Nel video del WSWD è entrata soltanto questa frase: “ciao Simo, scusa se ti rispondo solo ora. Ti ringrazio molto per essere venuta, mi ha fatto tantissimo piacere, davvero, grazie grazie grazie!!! E grazie per il regalo, non so come hai fatto ma ci hai azzeccato molto, lo abbiamo apprezzato tanto!”. https://www.youtube.com/watch?v=VNxb75umlR4,
Ma ecco tutta la storia dietro quelle parole.
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Ore 7.30 del mattino. Sono sulla metropolitana più breve e più costosa d’Europa. Sorrido pensando di aver chiesto un giorno di ferie per prendere un treno per Torino e rispondere al tuo invito. “Mi sposo, vieni? Sarebbe un regalo per me”.
Ho chiesto un giorno di ferie. In metro a quest’ora vedo prevalentemente lavoratori. Forse da qualche parte ci sarà anche mio figlio grande, che ha un anno meno di te e ha deciso di diventare un educatore. Lavora in quella parte di Genova dove anch’io ho iniziato, ma all’epoca non c’era la metro e salivo sul 7 per un viaggetto di un’ora.
Attraverso “Darsena”, a quest’ ora scendono gli studenti.
Penso a quella volta che a Darsena sei salito tu. Era un altro momento della giornata, quello in cui, di solito, nel via vai della spoletta-trenino metropolitano, salgono e scendono persone alla “ricerca”. Sono sbattuti, annebbiati. Il mio sguardo poco si sofferma, ma i sensi vengono colpiti da immagini, suoni, odori: birretta-cane-urina-alcol-tatuaggi…
Ti eri seduto trafelato accanto a me, indaffarato e concentrato sulla tua busta di tabacco dove riponevi le tre o quattro palline di crack appena comprate da qualche disperato di Prè. Dopo un buon minuto di sudore freddo, mi hai visto, spalla a spalla. “Noooo sei tu! Sono le ultime – mi dici indeciso tra il tu e il lei – “me le gestisco, tranquilla, in questi giorni prima di entrare, non preoccuparti, non ci vado sotto”.
Quel sentimento di persecuzione che, in alcune fasi della vita tua e di altri, mi rimbalza addosso, ho imparato a gestirlo, come tanti colleghi. Quell’ansia al pensiero di lasciare le “amiche” di sempre, crack, roba, alcol, coca, keta, md, prima di entrare in comunità me la passi perché è “colpa mia” che ti “costringo ad entrare”.
Ma oggi prendo il treno per Torino. Sono passati dieci anni da quando i tuoi genitori ti hanno portato da noi. Eri un pivello incazzato, incompreso, in-sofferenza pura. La tua rabbia e quella dei tuoi, con un divorzio conflittuale recente e ancora feriti ma uniti nel volerti sano, con il pensiero magico della guarigione istantanea. Quanta vita in questi dieci anni! Tentativi, rincorse e frenate repentine, la paura quando sparivi e poi i reati e toccare il fondo. La prima carcerazione, eri piccolo a Marassi, e fuori il Covid-19. Il destino che porta via tua madre, improvvisamente. In carcere temono il peggio per te, e ci chiamano. La tua psichiatra di sempre ed io arriviamo bardate come per una passeggiata sulla Luna, a dirti che la tua mamma è stata male, che dobbiamo prepararci e nel silenzio, interminabile silenzio, solo i nostri occhi hanno detto l’indicibile.
Alla stazione Principe trovo la “tua” psichiatra, non poteva mancare! Saliamo in treno con un pacco ingombrante perché abbiamo pensato al freddo di Torino per te, uomo marino, una coccola calda per le notti ai piedi delle montagne. Ma di ingombrante abbiamo anche un pensiero e, tra colleghe di lunga data, affiora il nome della tua mamma: è qui tra noi. Riesco a dirtelo in un momento della festa, ci abbracciamo: emozioni che finalmente riusciamo a sentire e condividere.
Sei andato a Torino qualche anno fa, perché da solo non riuscivi a scegliere di vivere: hai trovato una comunità capace, operatori competenti e creativi, persone che sono diventate la tua famiglia, quella che ti stai costruendo da persona grande. Quando mi dicono che non dobbiamo più parlare di “presa in carico”, quando mi evidenziano che contano gli interventi, le prestazioni, che dobbiamo “cupizzare” gli accessi ai Servizi, “minutare” i colloqui, realizzo che la mia cultura professionale di servizio sociale è altra, il mio essere assistente sociale è altro. Continuo, giudicata anacronistica dai più, a mettermi accanto, spalla a spalla, ad aprire porte, a indicare strade. Lavoro al fianco di persone che possono impiegare anni a scegliere, come tutti noi, e nel mentre hanno diritto di vivere al meglio, diritto di crescere, diritto di sbagliare e di desiderare. Ti sto accanto fino a quando, come altre e altri hanno già fatto, mi dirai “vado avanti da solo”.
Oggi mi scrivi: “ciao Simo, scusa se ti rispondo solo ora. Ti ringrazio molto per essere venuta, mi ha fatto tantissimo piacere, davvero, grazie, grazie, grazie!!! E grazie per il regalo, non so come hai fatto ma ci hai azzeccato molto, lo abbiamo apprezzato tanto!”. Ma il regalo sei tu, e tutti quei ragazzi e quelle ragazze che hanno con-preso: una ricchezza per tutti noi, per una società che può ancora decidere di restare umana.
Nota
Mi affaccio al mio ventinovesimo anno al Ser.D.: un po’ tremo al pensiero che vada perduta quella cultura di servizio sociale nella sanità che vede gli individui e le comunità nel complesso delle loro aspirazioni anche se limitate, temporaneamente o indissolubilmente, da patologie o criticità.
Se il concetto di “salute” regredisce, sotto la spinta dell’attuale politica che guida i servizi, all’assenza di malattia, ed espelle il ben più ampio concetto di benessere bio-psico-sociale, privandoci di possibilità preventive e di azioni di comunità integrate, dobbiamo interrogarci sul ruolo che possiamo esercitare all’interno dei servizi sanitari.
Possiamo ancora scegliere il nostro treno!
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Simona Panichelli, Genova
