Donne e formazione interculturale: il nostro ruolo contro i pregiudizi e stereotipi

Qual è il ruolo dell’assistente sociale nel promuovere e sostenere la formazione interculturale? Se n’è parlato ieri a Roma nell’evento sul tema delle “Donne, Formazione culturale e mediazione” organizzata dal Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali, la Fondazione InterCammini e l’Università La Sapienza, con il patrocinio del Croas Lazio e del Consiglio Nazionale dell’ordine degli Assistenti sociali.
“La prevalenza femminile è particolarmente forte in Italia – ha sottolineato la consigliera del Lazio, Daniela Federici – Gli uomini si fermano al 45% della popolazione immigrata, mentre alcune nazionalità dal Sud Est asiatico e dall’Est Europa: Filippine,Thailandia, Romania, Bielorussia e Ucraina… hanno portato nel nostro Paese tante e tante donne. Il fenomeno della migrazione – ha aggiunto – va considerato nella sua complessità, non soltanto per quanto concerne lo spostamento stesso, l’arrivo o la partenza dal proprio Paese e le esperienze traumatiche che si possono vivere durante il viaggio, ma anche per tutto quello che migrare comporta in termini di inclusione, integrazione, lavoro, accettazione o stigma. E’ un processo che inizia ancor prima della partenza dal proprio Paese, accompagnato da cambiamenti psicologici ed esistenziali, che interagiscono con gli aspetti socio-politici”.
La consigliera del Cnoas, Nunzia Bartolomei ha invece sottolineato: “L’assistente sociale deve formarsi costantemente per saper accogliere le esperienze umane di queste persone, consapevole che l’incontro interculturale è una ricchezza per chi accoglie ed è un diritto fondamentale della persona che arriva in un paese straniero. Formarsi soprattutto in questo ambito dove più facile che emergano difficoltà di comunicazione, pregiudizi e stereotipi, richiede oltre a un impegno cognitivo, una riflessione sui propri recinti culturali, per aprirsi a visioni nuove e differenti, un mettersi in gioco rispetto al proprio posizionamento e promuovere nella comunità e nelle organizzazioni una maggiore attenzione al dialogo interculturale, accettando lo spiazzamento emotivo e culturale che il confronto può evocare e va ricomposto nella mediazione, nell’integrazione e nello scambio reciproco”.