
Lavoro in un servizio sociale di territorio da circa 12 anni, in questo periodo vedo tantissimi cantieri che porteranno all’attuazione delle strutture previste dalla riforma della sanità territoriale. Mi sono venute in mente delle riflessioni, che qui condivido. Ritengo che questa sia una grande opportunità, anzi, LA GRANDE OCCASIONE per ridefinire l’assetto dei servizi di prossimità e per fare scelte coraggiose che includano il concetto di benessere nella sua globalità.
Queste strutture non devono correre il rischio di rimanere scatole belle, ma vuote. E allora, voglio condividere con voi le mie riflessioni.
La definizione è chiara: una casa pensata per la comunità. Le istituzioni devono fare un ulteriore passo in avanti e abbandonare l’idea che le decisioni e le scelte organizzative dei servizi territoriali siano meramente calate dall’alto. E’ una prospettiva rivoluzionaria, che include una vera analisi dei bisogni di un’area e di chi la abita. In questo modo la definizione potrebbe cambiare da casa “di” a casa “con” la comunità.
Stiamo vivendo un momento storico difficile nel quale i conflitti internazionali si acuiscono, instabilità, paura del futuro, disgregazione sociale e scarse risorse per i servizi pubblici ci impongono un nuovo modello di coesione sociale che non può essere calato esclusivamente dall’alto. Ogni territorio ha proprie caratteristiche, culturali, sociali, demografiche e morfologiche. I suoi abitanti sono i veri conoscitori delle criticità, dei bisogni ed anche e soprattutto, delle risorse che vi coesistono. Un percorso che metta al centro dell’azione programmatica di un territorio il dialogo tra enti pubblici, associazioni, volontariato ed i cittadini, perseguendo così una visione di co-costruzione di percorsi di sostegno, supporti e valorizzazione di ciò che già esiste ed in qualche modo rimane sopito, poco visto e spesso estromesso dalle programmazioni delle istituzioni. In questa prospettiva di partecipazione attiva del territorio, all’interno degli spazi fisici della casa per e della comunità si metterebbero in campo valori e saperi in un intreccio produttivo che permetta una responsabilizzazione collettiva e partecipativa.
Ma quindi, concretamente, quale iter e quale visione per la casa per e della comunità?
1. Accanto ai servizi territoriali e ambulatoriali previsti, è opportuno che ci sia una reale integrazione tra il sociale ed il sanitario. Il ben-essere deve trovare spazio nella sua globalità e interezza. Star bene e stare in salute non passa solamente attraverso ottimi esami del sangue e perfetta forma fisica ma è chiaro che deve trovare realizzazione anche nella dimensione delle relazioni, della socialità e della costruzione personale. Tale concetto impone ai decisori la responsabilità di garantire all’interno della casa della comunità, un tavolo permanente e a geometria variabile di dialogo tra professionisti della cura, della cultura, della formazione ed i cittadini, volontari ed enti del terzo settore, costruendo, in primis, protocolli di intesa e patti per il benessere della collettività.
2. Ogni casa della comunità diventerebbe, quindi, non solo luogo deputato all’erogazione di prestazioni, ma anche luogo di riflessione, programmazione e costruzione di azioni trasversali per i suoi cittadini e con i suoi cittadini. In questi spazi prenderebbero vita percorsi di prevenzione e di cittadinanza attiva, realmente valorizzanti e aderenti al territorio di riferimento.
3. Mettere insieme non soltanto capitale umano, ma anche risorse del pubblico e del terzo settore. Le azioni di programmazione partecipata del territorio, consentirebbero di valorizzare con la corretta ridistribuzione, le risorse in campo. Dove il servizio pubblico non riesce ad arrivare, subentra la cittadinanza attiva e il mondo del volontariato. Quale visione migliore del concetto di sussidiarietà?
4. Spazio per la formazione. Accanto alle azioni di programmazione ed erogazione delle prestazioni, la casa della comunità diverrebbe anche luogo di formazione e di informazione. I professionisti della cura ed i cittadini troverebbero così spazi per essere in costante formazione, trasmettendo saperi e moltiplicando il concetto di cittadinanza attiva e responsabile. Ad esempio, dagli aspetti basilari per saper leggere parametri vitali, al praticare manovre salvavita, al sensibilizzare e rinforzare il mutuo aiuto consapevole.
5. Modello per la coesione e per la partecipazione. In questa prospettiva di valorizzazione permanente della collettività, si andrebbero a rinforzare i valori della solidarietà e della prossimità. Oggi posso aver bisogno della tua presenza per un momento faticoso della mia vita, domani però potresti averne bisogno tu. Fragilità e potenzialità sono elementi presenti in ogni persona ed il concetto di vulnerabilità, in questa ottica fortemente responsabilizzante, non farebbe più paura ma si trasformerebbe in capacità proattiva e di vera solidarietà pubblica e privata.
Se riusciremo a far sì che le Case della Comunità siano tutto questo, non avremo corso il rischio di aver trovato le giuste parole per costruire una scatola bella, ma vuota. Facciamo, dunque, la nostra parte perché sia così.
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Gabriel Lena, Piemonte
