Caduta, ascesa, ricaduta: la vita dell’indimenticato Paolo

Era il 2003, i miei primi giorni di servizio al SerD il mio secondo incarico, 26 anni.

Il SerD, luogo “pauroso” per noi tutti professionisti (almeno alle prime armi) in una città portuale, grande e snodo fondamentale dello spaccio di sostanze.

Subentrata alla collega che vi lavora da molti anni, mi si presentano in poco tempo tanti ragazzi, ragazze, giovani e adulti, tutti con tanta voglia di farsi conoscere raccontare e sì anche pretendere “prestazioni”, farmi vedere chi comanda qui: “tu sei arrivata adesso e cosa pretendi?”,

Mille storie si intrecciano, molti si raccontano, piangono si confidano, si arrabbiano con la vita e talvolta con me….
Mi fanno conoscere Paolo. Paolo non alza la testa, allunga appena una mano. E’ schivo, distante, assente.

Paolo non lo senti arrivare, si presenta a prendere la terapia di cui abusa, per soffocare la pesantezza della sua vita: un mix di farmaci uniti a eroina e cocaina. Evita di chiedere, evita di parlare, diffidente, prende e scappa con la sua bicicletta.

Dopo mesi entra nella stanza e il medico psichiatra di riferimento inizia un colloquio a cui mi chiede di partecipare, io lo studio in silenzio ed entro garbatamente e con tatto nella sua vita. Paolo tiene gli occhi bassi, come se si vergognasse di come si sta riducendo. Più volte lo vedo in bicicletta: barcolla così tanto da rischiare di essere investito dalle auto.

Passano mesi, anni. Paolo rimane agganciato all’équipe che lo segue e inizia a prendere appuntamenti più frequenti: con lo psicologo, la psichiatra e con me. Si sta fidando un po’ alla volta.

Dopo tanto tempo alza lo sguardo mentre parliamo e finalmente mi guarda negli occhi, finalmente diventa parte attiva nei colloqui. I ragazzi che frequentano il SerD. si danno soprannomi e il suo è “l’Infermiere” per la capacità di trovare le vene “al volo”. La psichiatra un giorno gli chiede di scrivere qualcosa di sé su un foglio e consegnarcelo e lui, dopo una settimana, si presenta con 4 fogli protocollo in cui racchiude tutta la sua vita. Racconta cose molto forti con una precisione maniacale e con un italiano perfetto. Ha vissuto tra i vicoli di una grande città, ha perso il fratello maggiore. Scopriamo che aveva una compagna incinta e che ha perso il bambino.

Ha cambiato città seguendo la madre e il fratello. Il fratello minore, Luca, è nato con una menomazione fisica e lui ha cercato sempre di fargli da padre. Un padre per loro che non è mai esistito, non è mai stato una risorsa, semmai una disgrazia. Anche Luca è entrato nel mondo della tossicodipendenza.

Ma la convivenza in casa con la madre, lo zio e Luca non è mai andata bene e Paolo non si scoraggia, lui non pretende nulla, lui si arrangia e si allontana. Si fida e si confida con noi: ci dice di vivere in una baracca nella zona industriale della città. Io e la psichiatra facciamo una visita domiciliare: Paolo ha buttato lì un letto di fortuna, con mille coperte perché non ha altro con cui potersi scaldare, fa i suoi bisogni in un secchio, “non dite nulla perché altrimenti non potrò stare più neanche qui, il proprietario mi fa stare ma farà finta di non conoscermi se qualcuno lo viene a sapere”.  Le notti successive a quella visita domiciliare sono tra le più fredde dell’anno e siamo stati in apprensione per lui in quella situazione perché è molto cagionevole di salute e di certo vivere in quel modo non lo aiuta.
Chiediamo più volte soluzioni alternative momentanee ma nessuna va in porto, Paolo non vuole neanche che proviamo a parlare con sua madre perché non vuole dare fastidio, preferisce vivere così.

Decidiamo di provare ad avvicinarlo alla comunità terapeutica. Paolo accetta.

Entra in comunità chiudendo finalmente quella baracca. Si trova subito bene, finalmente lavora su di sé. Sempre rispettoso, protetto, più sereno. Vi sta anni e diventa punto di riferimento per i nuovi arrivati, perde la madre. Ottiene la pensione di reversibilità e presenta domanda di casa popolare in emergenza abitativa.

Paolo sta bene quando gli altri contano su di lui, quando si sente utile.  Ha iniziato a suonare la chitarra proprio in comunità e ogni tanto suona in un gruppo.

Sosteniamo Paolo perché possa avere una via di uscita visto il percorso positivo…. E ce la fa Paolo, ha l’assegnazione di una casa. Non importa se è al 4° piano senza ascensore, “senza fiato ma ce la faccio”, “non importa se ci metto la TV presa dalla spazzatura, tanto la sistemo io”, “il riscaldamento non importa farò con le stufe elettriche”. Paolo ha il suo spazio, la sua possibilità di vivere dignitosamente. Passano i mesi e Paolo ha una ricaduta, Paolo non viene, Paolo si vergogna e non vuole deludere nessuno di noi.

Finalmente si presenta e in quel momento mi rendo conto che puoi aver fatto il percorso migliore di tutti,  ma se non hai una rete intorno sana, è difficile ricostruirne una da zero fuori dal giro…e lui aveva deciso di rimanere in solitudine pur di non rifrequentare compagnie pericolose e sbagliate, e nella solitudine aveva ricercato la sostanza.

Io come assistente sociale ho cambiato settore lavorativo e ho continuato a vedere Paolo in giro. Paolo si è creato un minimo di vita che lo ha fatto andare avanti negli anni, dedicandosi al fratello e allo zio quando ne ha avuto bisogno.

Quel fratello che ha protetto fino all’ultimo ma che ha trovato circa un anno fa purtroppo deceduto in casa, incapace di chiedere aiuto.
Paolo da quel giorno si è sentito mancare la terra sotto ai piedi, si sentiva in colpa per la morte di Luca, di cui custodiva gelosamente le ceneri in casa. L’ho trovato su una panchina che ascoltava musica con accanto lattine di birre, mi ha abbracciato forte ringraziandomi di essergli stata accanto durante la morte di Luca. Abbiamo improvvisato un colloquio su quella panchina dove abbiamo anche riso.  Non voleva che gli mostrassi l’assistente sociale che è in me e io, dopo tutto, da anni, non mi occupavo più di lui.

Paolo ha lasciato i remi e la sua barca è andata alla deriva, l’alcool ha peggiorato il suo già precario stato di salute.  E’ stato trovato senza vita in casa, nell’appartamento che tanto amava. Dopo giorni, in solitudine.

Non ti vedrò più in bicicletta vestito come fosse sempre inverno, non ascolterò più le tue storie interminabili.

Sono passati 20 anni da quando ti ho conosciuto e in qualche modo ho fatto parte della tua vita e tu della mia. Mi hai insegnato tanto. Mi hai insegnato che siamo il risultato di quello che viviamo, che ognuno ha una sua vita e non c’è chi può giudicare, che bisogna essere felici anche di aver soltanto migliorato un qualcosa della nostra esistenza, che è difficile cambiare completamente vita se è la tua e ci convivi da sempre senza conoscerne altre.

Anche se tu non sei mai voluto essere un peso per nessuno, molti altri con me ti faranno compagnia per l’ultimo tuo viaggio.  E ti ricorderemo, contaci!

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Marisa Volpi – Toscana