BIBBIANO: “Chi ha strumentalizzato si vergogni, chieda scusa”

Oggi è stato messo un primo punto in una vicenda che ha avuto un impatto profondo, non solo su chi era direttamente coinvolto, ma sull’intera comunità professionale delle e degli assistenti sociali, e più in generale sul rapporto tra cittadini e istituzioni.

Ci sono eventi che segnano la vita delle persone – ognuna, ognuno, conosce il suo, i suoi –  e ce ne sono anche alcuni che restano indelebili nel percorso di un Ordine professionale, di una comunità professionale. Noi, assistenti sociali, in questi ultimi non facili anni, pensando a quelli pubblici e non a quelli del quotidiano lavorativo di ciascuno di noi, ne abbiamo alcuni che ricordiamo con orgoglio –, il riconoscimento del nostro valore in diretta tv a reti unificate mentre imperversava il Covid,  la sfilata del 2 giugno 2022, la dichiarazione del Presidente Mattarella in occasione del 30° anniversario della legge istitutiva dell’Ordine degli assistenti sociali, la  medaglia d’oro al merito per l’impegno durante la pandemia…- e poi ne abbiamo uno che non si esaurisce in una data, ma che ci ha coinvolti e travolti dalla primavera-estate del 2019 in poi.

IL CASO BIBBIANO di cui oggi torniamo a parlare perché la sentenza di primo grado riduce le richieste dell’accusa, assolve tre assistenti sociali e ne condanna due sospendendo la pena. Una dei due condannati dovrà anche risarcire il Cnoas che si era costituito parte civile.

 

Oggi le agenzie stampa titolano: “Cadono tutte le accuse”, ma poco più di sei anni fa siamo stati coinvolti e travolti. Ma non piegati. Nonostante le tonnellate di carta di giornali, settimanali, mensili; nonostante i programmi tv condotti da giornaliste/i famose/i trasformate/i in pubblica accusa; nonostante esibizioni di politici usate per rubare qualche voto a chi, qualche anno dopo sarebbe diventato un alleato di esecutivo; nonostante le sfilate in terra emiliana di futuri ministri e capi di governo…

Nonostante… perché eravamo, siamo e saremo, davvero e nonostante quello che è stato detto e scritto, una comunità di oltre 48mila professioniste/i impegnata ogni giorno a fianco di chi da sola/o e per le ragioni più diverse non ha accesso ai diritti garantiti dalla nostra Costituzione.

 

Nella primavera-estate del 2019, da allora ad oggi e domani se continuerà a servire, ripetemmo, ripetiamo, ripeteremo che nessun errore o colpevolezza riconosciuta da un tribunale di un singolo assistente sociale, può intaccare il valore della nostra professione.

Ma cosa deve fare un Ordine professionale di fronte a un evento del genere? Allora come oggi, abbiamo tutto fatto quello che dovevamo? Abbiamo dimenticato qualcosa o qualcuno? Ci sia siamo sbagliati?
Ce lo siamo domandati allora e continuiamo a chiederci come dovevamo reagire quando media e politica –  non tutti, ma una percentuale molto alta – ripetevano con ogni mezzo a loro disposizione che le e gli assistenti sociali erano “ladre/i di bambini”, che agivano per il loro interesse personale, che avevano della famiglia un’idea distorta…ad essere gentili!

Allora come oggi non ci siamo mai nascosti – presidenze diverse, ma stessa linea –  abbiamo parlato nelle trasmissioni più scomode ripetendo che ci saremmo affidati alla Giustizia, quella dei tribunali che, certo può anche sbagliare, ma è l’unica a cui possiamo affidarci.

La Giustizia, i tribunali che giudicano i singoli – e ogni singolo, chiunque esso sia e qualsiasi lavoro faccia, può anche essere colpevole – non una comunità di professionisti. Quella comunità che fa il nostro Ordine, quella comunità che come Consiglio Nazionale abbiamo il compito di promuovere e difendere ad ogni costo, quella comunità valorosa e indispensabile.

Quando, in un clima molto acceso e condizionato da una forte pressione mediatica, il Consiglio Nazionale decise, dopo una attenta valutazione, di costituirsi parte civile  lo fece con uno scopo preciso: difendere la dignità e la credibilità della professione, non emettere un giudizio anticipato, né prendere le distanze da colleghi ancora sotto indagine. Lo abbiamo detto allora e lo ribadiamo oggi che una dei due condannati dovrà risarcire le spese processuali che abbiamo sostenuto.

Fu una scelta sofferta, criticata da alcuni, ma compiuta per affermare che la giustizia andava lasciata lavorare, e che nessuna accusa poteva essere usata come pretesto per delegittimare un intero corpo professionale togliendo ad ogni assistente sociale il diritto a un contesto di esercizio fondato sulla legalità, sul riconoscimento e sulla fiducia pubblica.

Oggi, con il pronunciamento del Tribunale, non festeggiamo né prendiamo le distanze. Prendiamo atto.

A chi, in questi anni, ha strumentalizzato il caso di Bibbiano per delegittimare il nostro lavoro, diciamo che le scorciatoie ideologiche e gli attacchi generalizzati non fanno bene a nessuno, soprattutto alle persone che si rivolgono ai servizi per essere aiutate.

Alla politica, alle istituzioni e all’opinione pubblica chiediamo di distinguere tra responsabilità individuali – che vanno perseguite – e una professione che ogni giorno, spesso in silenzio, garantisce diritti e coesione sociale.

Questo è il tempo della responsabilità, non delle semplificazioni. E noi, come Ordine, continueremo a prenderci questa responsabilità fino in fondo.