Assistente sociale in sanità, pensieri e azioni in un giorno come tanti

Una mattina come tante, una mattina di lavoro, una mattina da assistente sociale, un’assistente sociale che opera nell’Acot (Agenzia Continuità Ospedale Territorio), che è immersa all’interno di figure sanitarie.  Il buongiorno di tutte le mattine, è più il tempo che passo con voi che quello che trascorro con i familiari…

Bastano sguardi per carpire problematiche personali, giornate storte, voglia di essere altrove. Altri sguardi invece ti dicono che siamo qui sì per lavoro, ma ci siamo anche per passione, per condividere, per costruire, perché questo lavoro fa parte di noi, perché abbiamo scelto di fare questo. Ci ha plasmato come figure professionali, ci ha cambiato come persone, ci ha reso quello che ora siamo.

Passano i mesi, gli anni e conosciamo le storie di noi, chi più chi meno, sorridiamo dei nostri difetti e perché no, litighiamo e discutiamo su visioni contrastanti, ma fa parte del lavoro.

Altre volte ridiamo anche a crepapelle perché ci vuole anche questo.

Briefing del giorno, aggiorniamo le situazioni sulle quali stiamo lavorando e controlliamo le segnalazioni nuove: provengono dal reparto di medicina, ortopedia, malattie infettive, pronto soccorso, altri ospedali.

Ogni segnalazione nasconde una realtà, una realtà che andremo ad indagare, a conoscere, ad accompagnare con discrezione, tatto e dolcezza.

Forza, camice e iniziamo il giro.

Andiamo in medicina ci confrontiamo con il medico del reparto che conosce Mario ricoverato in seguito a ripetute cadute, trovato a terra dopo molte ore. Non ha riportato fratture, ma non potrà più vivere solo perché la sua autosufficienza lo sta abbandonando, non ha parenti, solo amici che però non potranno sostenere il suo carico assistenziale. E’ difficile per una persona arrivare al punto di dover pensare diversamente, reimpostare la propria vita, una vita che gli andava bene così. Non vuole un’altra vita che lo vede dipendente da altre persone, vuole quella di sempre, quella in cui si vede protagonista di sé in tutto e per tutto. Poi c’è Gloria in ortopedia, mi saluta con un grande sorriso che si tramuta in pochi secondi in un pianto. Si è rotta il femore perché nonostante la figlia le avesse chiesto di rimanere in casa, lei è voluta uscire di casa con un tempo da paura per andare a comprare il pane, il vento l’ha fatta cadere. Come deve fare ora che la sua unica figlia lavora tutto il giorno?

Maria è felice di parlare con me, mi racconta una storia, la sua. Si è goduta la vita e ha messo da parte qualche soldo, mi fa scrivere anche il numero di telefono di casa del fratello che viaggia con una macchinetta elettrica ed ha 90 anni.

Dopo 10 minuti scopro dall’infermiera del reparto che in realtà soffre di demenza, il fratello è deceduto e il numero appuntato è inesistente.

Mille storie che si incrociano, che tocco con mano nel momento della sofferenza per  un evento acuto che spesso cambia loro la vita, la prospettiva, il futuro.

Persone di tutte le età che conosco e che “sento”, che sono ad un punto della vita  in cui devono fare i conti con la realtà, sia l’anziano che si trova nel reparto di medicina sia il giovane in cure palliative.

Talvolta il setting non è idoneo ad un colloquio vero e proprio. Se devo fare alcune domande, magari sul reddito (quando non posso proprio farne a meno) spesso mi risponde quello accanto di letto oppure commenta la risposta dell’interessato e io  sorrido.

Il mio  lavoro  è bello,  quando viene capito  dal personale sanitario, quando viene “accettato”  e  rispettato,  quando  sostiene,  aiuta  e  indirizza,  quando  riesco  a trasmettere la sicurezza che in qualche modo ci sono con le risposte che posso dare, quando mi ringraziano anche solo perché sono educata, gentile e disponibile.

Un piccolo pezzo di strada con loro, non importa se lo scorderai subito o se lo ricorderai tutta la vita.

Si incrociano le storie, le loro, la mia.

Situazioni in cui mi immedesimo, a volte ho il terrore che possa succedere a me o alle persone care, situazioni che tendo ad allontanare perché troppo dolorose o che avvicino di più perché mi ricordano qualcosa della mia esperienza personale, situazioni che sono ridondanti nella testa per giorni.

Spesso dopo anni penso di essere preparata un po’ a tutto, ma in realtà molte situazioni mi “sorprendono” ancora, purtroppo quasi sempre in negativo. Evidenziano spesso a quanto degrado può arrivare la vita di una persona. Altre situazioni fanno domandare a me stessa se sto sbagliando, e può capitare che sia così anche dopo 20 anni di esperienza, perché errare è umano e perché non c’è un manuale di istruzione.

L’importante è esserne consapevole e rivedere la tua linea, aggiustando il tiro, sempre in un’ottica di confronto e di lavoro di équipe.

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Marisa Volpi.  Assistente Sociale ACOT   Zona Livornese