Ascoltare ed esserci, perché la scelta non dipenda da dolori di ieri e solitudini di oggi 

Sono assistente sociale dal 1996. Da quasi dieci anni lavoro in ospedale, il luogo dove  la malattia costringe a denudarsi dalle sicurezze e ad affidarci ai medici. Dove il tempo si sospende e può succedere l’impensabile, dove tutta la vita appare sullo sfondo, mentre  emerge in primo piano,  la bellezza della relazione di cura che si instaura tra il paziente e il professionista della salute. Molte volte ho visto le bellezza nella cura di persone anziane e disabili in questo anno di emergenza sanitaria nei reparti ospedalieri. Talvolta ho sperimentato l’impotenza, il mio limite, la frustrazione di non arrivare in tempo…ma questa volta invece mi è successo di sincronizzarmi, con una  donna e una bimba.

Quel giovedì mattino di settembre, avevo un piano di lavoro ben definito ed ordinato, ma improvvisamente ricevo una chiamata dalla coordinatrice di Ostetricia che mi invia a colloquio una paziente perché stava valutando se procedere la gravidanza o richiedere l’interruzione.

Mi siedo e mi preparo all’ascolto e incontro autentico con la donna, misurando le parole di cura e lasciandole la libertà di esprimersi.

La accolgo nel mio piccolo studio e la rassicuro dicendole che non ho fretta. Faccio spazio dentro di me ad ogni sua preoccupazione e ascolto la narrazione dolorosa della sua vita: infanzia negata, genitori separati, relazioni sentimentali complicate. Ora è disoccupata, ha difficoltà abitative e il partner ha un lavoro stagionale.

Racconta la sua solitudine nella scelta della gravidanza, sempre desiderata ma ora interpretata in modo ambivalente. Come “un dono” e nel contempo con il forte timore di non riuscire ad essere madre nel tempo di incertezze future determinate dalla pandemia. “Perché mettere al mondo una bambina destinata a soffrire?”.

Prima di salutarci, la signora era meno spaventata, ma comunque dubbiosa. Le dico quindi che qualsiasi decisione avrebbe preso nel tempo disponibile, io l’avrei accompagnata nel percorso successivo. Quindi dopo averla messa in contato telefonico con un medico donna, stabiliamo un successivo colloquio per richiedere sostegno economico alle organizzazioni di Terzo Settore del territorio.

Il giorno dopo però contatto la coordinatrice di Ostetricia che mi informa di aver dovuto programmare con la donna l’interruzione di gravidanza perché era  giunta alla 12^ settimana di gestazione.

Arriva il sabato, giorno della interruzione di gravidanza.

Alle ore 7.54 provo a scrivere dicendole che ero in servizio. -Se desiderava fare un colloquio, mi avrebbe trovato  in studio. La signora mi scrive di essere in camera, in Ostetricia, e di non sapere ancora  se sarebbe riuscita ad andare fino in fondo.

Proprio nel momento emotivo più intenso, difficile e decisivo, inizia quindi  l’accompagnamento con messaggi WhatsApp di parole di cura.

Le dico che è una bella persona. E lei mi scrive che aveva bisogno di sentirselo dire poiché si sentiva poco una bella persona ultimamente.

Le scrivo che conoscerla mi ha fatto bene, che ho riconosciuto il suo desiderio di bene, di amare, di vita consapevole, nonostante il suo porsi domande esistenziali..Un modo per aprire le ferite e farsi aiutare nella cura anche se  poi rimangono cicatrici, tatuaggi.

Anche lei afferma che è stato un piacere conoscermi, pur in questo frangente non allegro.

Quindi aggiungo che gli incontri ci aiutano a sperare sempre, a non sentirci isole.

Poi alle ore 8:37 le scrivo che è libera, che può anche decidere di continuare la gravidanza con il nostro sostegno.

Mi confida che la consapevolezza purtroppo si paga cara nel mondo di oggi, anche essere diversi ha un prezzo alto. Porta tanta sofferenza. Questa è la sua paura più grande verso la sua creatura. Che possa pagare per il suo modo di essere una madre diversa (sensibile?).

Le dico che la sua creatura è già unica e irripetibile: sono due persone differenti e non numeri, con un valore infinito. E’ impossibile stabilire un prezzo!”

Alle ore  10:36 ricevo ancora un suo messaggio: “HO ANNULLATO TUTTO. NON LO POSSO FARE. NON POSSO SPEGNERE QUESTA VITA. SPEGNEREI ANCHE LA MIA.”

Le ho scritto che aveva fatto la scelta che riteneva giusta ascoltando i suoi sentimenti e che l’avremmo aiutata in ogni necessità.

Nei giorni successivi la signora è ritornata in ospedale, anche con il partner, e mi ha scritto “Mi sento più leggera e meno nervosa. Mi sono tolta un fardello enorme; il fardello del dubbio. Avevo bisogno di arrivare fino in fondo per capire che fino in fondo non sarei mai arrivata. Le auguro una buona giornata. Grazie ancora di tutto”.

Nel processo di aiuto è stato molto importante osservare e riconoscere come la donna sia stata capace di prendersi il tempo per la risonanza emotiva personale, sintonizzarsi con la sua creatura e nutrire il naturale legame materno di protezione e custodia. Altrettanto importante è stata la sicurezza garantita dal supporto economico offerto dalla Rete del Terzo Settore contattato che le ha permesso di costruire un progetto futuro con fiducia.

Ho accompagnato questo nucleo familiare, valutando i bisogni sociali fino alla nascita della bimba e oltre. Ancora oggi la signora mi racconta quanto sia stato importante il nostro incontro che non dimenticherà mai: dalle meravigliose foto della piccola, apprendo che sta crescendo bene con le cure amorevoli dei genitori. La mamma stessa sta aiutando una sua amica in difficoltà. Il bene ricevuto viene ridonato e si moltiplica.

Come scriveva l’assistente sociale Anne Marie Madeleine Delbrel  possiamo “essere come il filo di un vestito. Esso tiene insieme i vari pezzi e nessuno lo vede se non il sarto che ce l’ha esso…essere nel mondo servendo con umiltà, perché se il filo si vede, tutto è riuscito male….perché è l’amore che tiene insieme i vari pezzi.”


I.S. Marche